giovedì 16 luglio 2015

Ragazzi e tablet

PUBBLICATO DAL PROF. D'ITALIANO:



Ogni giorno otto ore al tablet
"Per i piccoli è una droga"
Di ELENA DUSI


Cara, vecchia Tv. La baby sitter di una generazione è stata (quasi) mandata in soffitta da un esercito di agguerriti smartphone e tablet. Ai genitori i telecomandi per spegnere tutto ormai non bastano più, anche perché i nuovi strumenti sono ben custoditi nelle tasche e nelle camere dei ragazzi, anziché nel salotto di casa.
Un bambino di 7 anni in Gran Bretagna ne ha già trascorso uno a tu per tu con uno schermo. Un bambino americano di 8 anni passa 8 ore al giorno con i media elettronici. Un ragazzo tra i 13 e i 17 anni negli Usa spedisce 3.364 sms al mese, di cui 34 al giorno dopo aver spento la luce la sera. In Italia l'81 per cento dei tredicenni si collega a internet tutti i giorni. Per il 12% accedere a un social network è la prima attività dopo il risveglio e per il 35 per cento l'ultima prima del sonno.
Secondo gli ultimi dati della Società italiana di pediatria, il rapporto tra adolescenti e internet è sempre più privato - il 71% dei tredicenni si collega alla rete con il proprio telefonino - e lontano dal controllo dei genitori. Il 46% degli adolescenti passa da 1 a 3 ore al giorno sul web e il 26% supera le 3 ore. Per 6 giovani su 10 internet è «irrinunciabile » e quasi uno su 4 senza i suoi amici virtuali «si sente solo». Ma l'uso di Whatsapp (il social network prediletto per l'81% dei ragazzi) e Facebook (tre adolescenti su quattro hanno un profilo) rende gli utenti raggiungibili giorno e notte, trasformando il calcolo delle ore di connessione in un'operazione senza senso. «La migrazione dal computer al telefonino - spiega Giovanni Corsello, presidente della Società italiana di pediatria - impedisce ai genitori di rendersi conto del tempo trascorso dai figli sui social network. E agevola l'abuso notturno, rubando ore preziose al sonno dei ragazzi».
Negli Stati Uniti, secondo una ricerca del 2010 della Kaiser Family Foundation citata dal New York Times , i genitori hanno ormai abdicato al loro ruolo di controllo: due su tre non impongono neanche una regola sull'uso di tablet, tv, telefonini e videogiochi. E la passione per gli schermi luminosi va a colonizzare fasce d'età sempre più precoci. Ad aprile di quest'anno una ricerca dell'ospedale di Philadelphia Einstein Healthcare Network ha trovato che il 36% dei bambini inizia a maneggiare un telefonino o un tablet ancor prima di aver compiuto un anno.
Se l'attaccamento eccessivo all'elettronica è diventato un'epidemia mondiale o quasi, c'è un Paese che ha deciso di affrontarla con i muscoli. La Cina ha classificato la dipendenza da internet come una malattia e per curarla ha aperto centri di riabilitazione dove nessuno spiraglio è lasciato alla libertà di smanettare su schermi e tastiere. Al programma militaresco imposto a tre adolescenti "internati" per tre mesi nella Internet addiction clinic di Pechino è dedicato il documentario shock Web Junkie . «Un po' di ironia - è al contrario la ricetta suggerita dallo psicoterapeuta Fulvio Scaparro - per far sì che i ragazzi si rendano conto da soli di quanto la realtà sia più vasta di uno schermo». Ai genitori Scaparro consiglia di offrire alternative altrettanto accattivanti della realtà virtuale. «Non è un caso che nei periodi di vacanza l'uso di internet crolli. Per i bambini arriva finalmente il momento di correre, giocare e azzuffarsi. La vita si impara vivendo, ma in casa e in città spesso ci sono poche attività da offrire. I genitori hanno il compito di trovare delle alternative più affascinanti di telefonini e videogiochi».

(pubblicato da la Repubblica, martedì 14 luglio 2015, anniversario della presa della Bastiglia a Parigi)

lunedì 8 giugno 2015

La battaglia di Waterloo



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:
Non so se avete già studiato Napoleone, comunque vi invito a leggere questo articolo su una delle più famose battaglie mai combattute

Duecento anni fa, il 18 giugno 1815, nella campagna belga andava in scena la più studiata e raccontata delle battaglie, costata la vita a cinquantamila uomini e l’esilio a Napoleone
Come andò davvero a Waterloo
di Stefano Malatesta


 Come Napoleone è stato il soggetto su cui si è più scritto dopo Gesù Cristo, così la battaglia di Waterloo è stata la più studiata di tutte le battaglie, antiche e moderne. Tutti questi contributi, francamente in eccesso, non hanno aiutato a far chiarezza ma semmai a rendere le modalità dello scontro più oscure. Le tesi su come andò veramente sul campo di Waterloo sono innumerevoli e tutte in contrasto tra loro. C'è la versione trash per i giornali popolari: Napoleone era in cattive condizioni perché sofferente di emorroidi, una tesi buona per Il Vernacoliere (1) di Livorno ma ovviamente non per una ricostruzione storica. La maggior parte degli autori è comunque convinta che Napoleone non fosse più lui, fisicamente e intellettualmente. Aveva messo su pancia, i capelli — seppure pettinati alla Bonaparte — non gli coprivano più il cranio ed erano ridotti a un ricciolino sulla fronte. Ma questo non prova che il Generale avesse perso le sue doti di tattico e di stratega, le stesse che gli avevano fatto vincere fino ad allora qualcosa come settanta battaglie.
La marcia che lo portò a Waterloo era riuscita perfettamente ed è stata una delle più veloci, se non la più veloce, mai compiuta dai soldati francesi. La rapidità degli spostamenti delle sue truppe era sempre stata la base delle sue vittorie: Napoleone non è stato l'inventore della guerra totale, è stato semplicemente il primo esecutore e quello che l'ha sfruttata al meglio delle sue possibilità, talmente gli era congeniale. Una cultura della guerra ereditata dai classici greci, che combattevano totalmente e in modo spietato facendo pochi prigionieri. Una volta, prima del periodo moderno, le battaglie facevano parte della vita quotidiana, come il raffreddore o le tasse. Ogni comunità ne combatteva un'altra e si aspettava di essere combattuta. Gli scontri avvenivano secondo rituali prestabiliti. Spesso i comandanti non erano dei veri comandanti, ma dei dandy (2) in trasferta militare: il duca di Cumberland si lasciava dietro dei cannoni per far posto alle centoquarantacinque tonnellate di bagaglio indispensabili al suo ménage; il principe di Soubise, il comandante della spedizione franco-austriaca contro Federico II, travolto da una famosa carica della cavalleria prussiana guidata da von Seydlitz, si trovava meglio a Versailles a ciaccolare ininterrottamente con la Pompadour, la sua protettrice, che sul campo di battaglia. O che dire del duca di Richelieu, che era celebre per la forte scia di profumo che lasciava ovunque andasse.
Comunque. Un'altra versione sostiene che la pioggia caduta in maniera anomala nella settimana prima di Waterloo avrebbe impedito all'artiglieria di avanzare nel terreno diventato una palude fangosa e di appoggiare la famosa carica della cavalleria pesante guidata dal maresciallo Ney. Napoleone era stato un eccellente ufficiale di artiglieria e aveva dato prova, durante l'assedio di Tolone, della sua capacità straordinaria di maneggiare cannoni che si trascinava sempre con sé a costo di durissime fatiche. Tutti i suoi piani di battaglia erano studiati in funzione delle armi pesanti. La chiave delle sue vittorie stava nel far convergere l'artiglieria in un punto preciso. Trattava gli eserciti nemici come una cittadella, da abbattere in breccia. Sfondare i quadrati, polverizzare i reggimenti, rompere le linee, tritare e disperdere le masse: tutto questo era a carico del cannone.
Un racconto accuratissimo della battaglia venne scritto ventidue anni più tardi da Victor Hugo (3) nella parte seconda del primo libro de Les Miserables . Per orientarsi lo scrittore era andato sul posto, visitando tutti i luoghi ormai entrati nel mito come le colline di Saint Jean e il castello di Hougoumont. E proprio da Hougoumont parte il suo grande affresco del feroce scontro: "...A fianco della cappella un'ala del castello, il solo avanzo che rimanga del maniero di Hougoumont, si staglia distrutta, si potrebbe dire sventrata. Il castello servì da torrione, la cappella da fortezza. Vi si fece uno sterminio. (...). La spirale delle scale, screpolate dal pianterreno al soffitto, appare come l'interno di una conchiglia spezzata. Tutto il resto somiglia a una mascella sdentata. Vi sono due vecchi alberi: uno è morto, l'altro è ferito al piede, e rinverdisce in aprile. Dopo il 1815 si è messo a germogliare...".
Secondo Hugo, il piano di battaglia dell'imperatore, per riconoscimento unanime, era un capolavoro: i francesi dovevano andare verso il centro della linea alleata il più rapidamente possibile, sfondarla, tagliarla in due, spingere le truppe britanniche su Alle e quelle prussiane su Tengres, superare le colline di Saint Jean, dove era attestato Wellington (4), gettarlo in mare, gettare nel Reno Blucker e arrivare a Bruxelles. Alle quattro del pomeriggio, la situazione dell'armata inglese si era fatta preoccupante. Wellington non aveva più Hougoumont, conquistato dalla fanteria francese, come copertura difensiva. Un suo subalterno gli chiese: «My lord, che cosa dobbiamo fare?» e Wellington seccato dalla domanda rispose urlando a piena gola come non aveva mai fatto «Dobbiamo resistere!». Se Napoleone fosse riuscito a portare anche solo una parte dei suoi duecento cannoni, in modo da mettere sotto tiro le colline di Saint Jean, allora la carica della cavalleria sarebbe stata molto facilitata. Ma ogni battaglia ha una sua sorte e quella di Waterloo è stata molto differente da Austerlitz (5), dove all'inizio Napoleone era costretto a muoversi alla cieca per la nebbia che invadeva tutto il campo di battaglia. Poi la nebbia venne sgomberata dal sole e allora l'imperatore, avendo davanti a sé una chiara prospettiva di vallate e di colline, poté manovrare a suo piacimento, e le truppe francesi si mossero con l'eleganza di una parata. A Waterloo, dove aveva piovuto per tutta la settimana precedente, il terreno non fece in tempo ad asciugarsi e il tentativo di trascinare i cannoni più avanti finì nel fango.
A quella stessa ora, dicevamo, nel campo francese tutti sembravano tranquilli e certi della vittoria, o almeno così volevano far vedere. Napoleone era di ottimo umore, aveva scherzato con la truppa e con i marescialli. Durante la colazione, alle otto, erano stati invitati parecchi generali. Mangiando, avevano raccontato che alla vigilia Wellington era stato visto a Bruxelles, al ballo della duchessa di Somerset. E Soult, rozzo soldato con la faccia da arcivescovo, aveva commentato: «È oggi che si balla sul serio». Il primo pomeriggio, passò in rassegna la cavalleria: erano tremilacinquecento uomini, rappresentavano un fronte di un quarto di lega. Erano ventisei squadroni, appoggiati da centosei gendarmi scelti, millecentonovantasette cacciatori e lancieri della Guardia, portavano l'elmo senza criniera e la corazza in ferro battuto, le pistole di arcione nelle custodie e la lunga sciabola a spada. Durante la rivista, la banda suonò: Veillons au salut de l'Empire. Gli ussari avevano i dolmans (6) e gli stivali rossi a mille pieghe, i soldati della Garde (7) portavano i loro colbacs a fiamma, o sable taches fluttuanti. All'estrema sinistra c'erano i corazzieri di Kellermann e all'estrema destra i corazzieri di Milaud.
Napoleone guardava al binocolo i movimenti dei quadrati delle giubbe rosse. Quando si accorse che gli inglesi stavano indietreggiando, si sentì più sicuro e diede il via alla più grande carica di cavalleria mai registrata nelle storie militari.
Hugo racconta che "prima di salire per l'ultima erta, la cavalleria si trovò davanti un burrone più che una fossa, inaspettato e profondo, aperto a picco. I cavalli si impennarono, si gettavano indietro, cadevano sulla groppa agitando le quattro zampe in aria, pestando e rovesciando i cavalieri. Non c'era più modo di indietreggiare perché la colonna era diventata un proiettile e la forza acquistata per schiacciare gli inglesi, schiacciò invece i francesi. Nel burrone inesorabilmente, cavalieri e cavalli ruzzolarono dentro, triturandosi gli uni con gli altri, formando una carne sola in quel baratro. Si dice che duemila cavalli e millecinquecento uomini furono sepolti in quell'orrido luogo". I superstiti continuarono la loro carica, raggiunta la collina di Saint Jean sempre al galoppo "ventre a terra, briglie sciolte, sciabole tra i denti, pistole in pugno, attaccarono i quadrati delle giubbe rosse. Non fu più una mischia, fu una furia, un vertiginoso impeto di anime e di corazze, un uragano di spade scintillanti. In un istante, i millequattrocento dragoni e guardie si ridussero a ottocento. Ci furono dodici assalti, Ney ebbe quattro cavalli uccisi sotto di lui. La metà dei corazzieri rimase sul poggio. Questa lotta durò due ore. La carica era fallita".
La catastrofe raccontata in maniera splendida da Hugo è all'altezza della sua fama romanzesca, ma è una balla colossale. Non finirono in nessun burrone i cavalieri francesi, semplicemente furono respinti dai quadrati delle giubbe rosse, che sembravano dei porcospini che sputavano fuoco, con tutte le baionette innescate dai soldati inginocchiati nella prima fila e i fucilieri in piedi che sparavano a colpo sicuro. Le cariche non furono dodici ma cinque e sul campo di battaglia. E su tutti dominava la figura di Wellington, che Napoleone non considerava un grande generale: in mattinata aveva detto che gli avrebbe dato la lezione che si meritava. Ma ora la lezione la stava prendendo lui. Verso sera quando le sorti della battaglia erano ormai segnate, Napoleone fece un ultimo gesto, accompagnando l'estremo attacco della guardia imperiale per qualche centinaia di metri. La Garde scomparve nelle alture per qualche decina di minuti e nel campo francese qualcuno ancora sperava nel miracolo. Invece si sentì un urlo mai udito prima in tutte le battaglie napoleoniche: « La garde recule! » (8).
Quando venne la notte solo un quadrato francese resisteva. A ogni carica gli uomini del quadrato diminuivano, ma quelli che rimanevano continuavano a combattere, riuscivano sempre a rispondere con la mitraglia. Tutta l'armata inglese aveva circondato il quadrato. Un generale, secondo alcuni Colville, secondo altri Maitland, gridò loro: «Prodi francesi, arrendetevi!». Cambronne rispose con una parola sola, diventata la più celebre di tutta la storia militare francese. Hugo sostiene che questa parola era censurata e che fu lui il primo a scriverla in originale. La parola era: « Merde! ».

(pubblicato da la Repubblica il 7 giugno 2015)

(1) Il Vernacoliere = “mensile di satira, umorismo e mancanza di rispetto” pubblicato a Livorno
(2) dandy = uomo vistosamente elegante nei modi e nel vestire, oppositore della borghesia e della mediocrità da essa rappresentata; il dandismo ebbe successo nel periodo della Restaurazione francese
(3) Victor Hugo = uno dei più celebri scrittori francesi, autore di romanzi fondamentali come “Notre-Dame de Paris” e “I Miserabili” e di numerosi drammi teatrali
(4) Wellington = Arthur Wellesley, duca di Wellington, era il comandante dell’esercito inglese nella battaglia di Waterloo
(5) Austerlitz = la battaglia di Austerlitz fu una delle più grandi battaglie che videro Napoleone vincitore contro le armate russo-austriache; ebbe luogo nel 1805
(6) dolmans = il dolman era la tipica giacchetta decorata con tanti bottoni sul davanti che fungeva da divisa degli ussari, i soldati della cavalleria leggera
(7) Garde = la Guardia imperiale, un corpo di soldati scelti il cui compito era quello di proteggere Napoleone
(8) La garde recule = la guardia indietreggia

sabato 6 giugno 2015

Ultimo giorno di scuola: per 1 su 4 festa vietata

E' tempo di ultimo giorno di scuola, e come da copione ben l’80% dei ragazzi non farà lezione. Tuttavia bisognerà fare attenzione agli schiamazzi: per 1 su 4 i festeggiamenti sono stati proibiti da preside o prof. Secondo me è una vera e propria ingiustizia!!!

martedì 28 aprile 2015

Piccola storia delle Esposizioni Universali



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

A pochi giorni dall’apertura dell’EXPO a Milano, questo articolo pubblicato da la Repubblica il 27 aprile 2015 aiuta a capire che cosa sono state le Esposizioni Universali nel passato e quali innovazioni ci hanno lasciato. Leggetelo, perché è molto interessante per la storia che studieremo l’anno prossimo; anzi, fate un piccolo esercizio: informatevi per conto vostro su chi o che cosa sono tutte le persone o le cose che vengono nominate nell’articolo e non conoscete. Ciao ciao….

Pneumatici, ketchup e macchine da cucire così l'eredità dell'Expo ci ha cambiato la vita
di Marino Niola

L'EXPO è la civiltà che diventa fiera di se stessa. La vetrina in cui storicamente sono state esposte per la prima volta le invenzioni che hanno cambiato la nostra vita. È così dalla prima Great Exhibition, quella di Londra del 1851, quando nell'enorme Crystal Palace, costruito per l'occasione a Hyde Park, vengono esposti ben centomila manufatti per celebrare la religione del progresso. Fra questi il caucciù vulcanizzato, ideato da Charles Goodyear, da cui nasceranno i moderni pneumatici. E il cannone in acciaio fuso, vanto delle officine Krupp, che raddoppiando la gittata dell'arma di fatto rivoluziona la balistica bellica. Il numero di merci è tale da ubriacare visitatori eccellenti come Charles Dickens, che lamenta l'eccesso di cose da vedere.
E se Londra celebra la potenza dell'industria, la seconda edizione che si tiene a Parigi nel 1855, allarga il campo agli oggetti di uso comune. Quelli che rivoluzionano le abitudini quotidiane delle persone. Il primo tagliaerba della storia. La gloriosa macchina da cucire Singer, che trasforma ogni casa in un'officina di virtù domestiche. La prima lavatrice meccanica. Il primo veicolo semovente, prototipo dell'automobile a petrolio. E, per la gioia delle bambine, la prima bambola parlante. Da allora Parigi diventa la capitale morale delle esposizioni universali, con cinque edizioni e cento milioni di visitatori. Per quella del 1867 vengono introdotti i padiglioni, che da allora diventeranno la cellula di tutte le manifestazioni espositive. E per mostrare ai 15 milioni di visitatori gli imponenti edifici affacciati sulla Senna viene inaugurato il primo bateau-mouche. Vanto di quella manifestazione sono lo scafandro da palombaro, l'ascensore, la macchina per produrre bevande gassate. E il cemento armato. Ma oltreatlantico non stanno certo a guardare. A Philadelphia nel 1876 Alexander Graham Bell presenta il telefono e Thomas Alva Edison il telegrafo. Inaugurando di fatto l'era delle comunicazioni di massa. Con il contributo della Remington, che espone la prima macchina da scrivere. Ma mette a segno un colpo decisivo anche la Heinz, che stupisce tutti con il ketchup, destinato a diventare il simbolo planetario del fast food.
E la serie continua con altre due esposizioni parigine che lasceranno un segno indelebile nell'immaginario mondiale. Quella del 1889, che celebra il centenario della Rivoluzione e regala al mondo un monumento alla modernità come la Tour Eiffel. Nata come struttura provvisoria e diventata invece il simbolo della città. Che nell'Expo 1900 si guadagna l'appellativo di Ville Lumière. Lumière proprio come i fratelli Auguste e Louis, che in quella stessa edizione stupiscono il mondo con il cinema. La scatola magica che da allora diventa l'officina mitologica della contemporaneità. Ma le grandi esposizioni innovano anche l'arte e l'intrattenimento di massa. Nel 1933 a Chicago il Belgio presenta il primo parco dei divertimenti, cui si ispirerà Walt Disney per Disneyland. E a Parigi nel 1937 Pablo Picasso dipinge Guernica per il padiglione spagnolo.
Si può dire che ogni edizione rispecchia il profilo complessivo di un'epoca e annuncia quella successiva. Quelle tra Otto e Novecento celebrano il culto della produzione. Dell'ingegno al servizio dello sviluppo. Riflettendo un'idea prometeica della storia e del dominio dell'uomo sulla natura. Mentre con la seconda metà del Novecento le Expo cominciano a cambiare filosofia. E da vetrine di invenzioni e di oggetti si trasformano in occasioni di riflessione sulle urgenze del pianeta, sulla sostenibilità e sull'equilibrio con il vivente. A fare da snodo è Bruxelles 1958 con il suo Atomium, dove l'Urss espone lo Sputnik. E Osaka 1970 dove accanto al primo treno ad alta velocità, un bolide da 500 Km orari, debutta il telefono cellulare.
Ma è con il terzo millennio che si volta decisamente pagina. L'edizione di Saragozza 2008 è dedicata all'acqua e alle fonti rinnovabili. Shangai 2010 esplora il futuro della vita urbana con lo slogan "Better city, better life". Città migliore, vita migliore. E l'Expo 2012 di Yeosu in Corea, si focalizza sulla salvaguardia dell'ambiente marino e costiero. Anche se il titolo più poetico è quello dell'Expo giapponese del 2005 ad Aichi "La saggezza della natura". Profondo ed enigmatico come un haiku. E adesso è il turno di Milano che si è data una mission epocale come "Nutrire il pianeta. Energia per la vita". Come dire che l'alimentazione e la salute, degli individui e dell'ambiente, sono beni comuni. E che il cibo è vita e non solo consumo. Prove generali di futuro sostenibile.

lunedì 27 aprile 2015

Il terremoto in Nepal



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Leggete questi 2 articoli: l’anno prossimo parleremo delle cause dei terremoti, quindi sarete facilitati se avrete già letto questi 2 articoli (in particolare il secondo).

CHE COSA È SUCCESSO:

Terremoto sul tetto del mondo
più di mille morti* in Nepal
Una valanga fa strage di scalatori
di Guna Raj Luitel

KATMANDU - Palazzine di sette piani attorno alla mia casa sono crollate sotto i miei occhi. Ieri c'erano, oggi sono scomparse, assieme alle famiglie che incrociavo ogni giorno. Oltre mille sono i morti delle cifre ufficiali, centinaia i feriti. Nella capitale alcune tra le piazze e le strade storiche attorno all'antico Palazzo Reale, patrimonio dell'Unesco, come Durbar square, sono deturpate o ridotte ad ammassi di mattoni e legni intarsiati.
Anche la cima dell'Everest si è mossa sulla spinta di una scossa pari al 7,9 della scala Richter, lasciando cadere a precipizio dal Monte Pumori distante appena 8 km una valanga che ha travolto e ucciso almeno 18 stranieri che si apprestavano a scalare o scendevano dalla vetta del mondo, proprio all'altezza di uno dei campi base. Poco o niente ancora si sa invece dei villaggi attorno all'epicentro tra i distretti di Lamjung e Gorkha, con interi villaggi rasi al suolo e le comunicazioni interrotte. Le scosse sono giunte fino al nord est dell'India, con almeno 20 morti, in Pakistan, in Bhutan e in Cina dove pure ci sono state vittime.
È stato un cataclisma con rari precedenti sul tetto del mondo: l'ultimo risale a 82 anni fa. E pensare che appena una settimana fa cinquanta sismologi di tutto il mondo proprio a Katmandu avevano dato l'allarme per "l'incubo in arrivo". Oggi un calcolo dettagliato dei danni e della perdita di vite è difficile, come l'opera di soccorso in città e nei piccoli centri delle regioni montagnose, dove piove spesso, il cielo è plumbeo e la notte scende subito. Le scosse sono continuate, al ritmo di mezz'ora l'una dall'altra. E la gente in preda al panico evitava di rientrare nelle case rimaste in piedi. Quando si riprenderanno gli scavi, e arriveranno le prime notizie dall'epicentro del sisma, la cifra salirà, e sarà chiara l'immensità dello sforzo che aspetta i soccorritori e la popolazione intera, già provata da condizioni economiche e di vita dure se non primitive nelle aree rurali colpite. «Aiutateci, non possiamo farcela da soli», è stato l'appello lanciato al mondo dal governo del Nepal, fino a ieri alle prese con le liti sulla nuova Costituzione post-monarchia e ora travolto da un disastro immane.
Qui attorno al mio quartiere e ovunque a Katmandu è buio pesto, le linee del telefono e Internet sono disturbate o interrotte, così le famiglie e gli stessi gruppi di soccorso non possono comunicare. Dappertutto si vede gente piangere. Gruppi di bambini da soli o con qualche adulto cercano i genitori attorno ai palazzi crollati. Non esiste un servizio di protezione civile, e tutti si organizzano come possono, scavando a mano, o con l'aiuto dell'esercito che fa del suo meglio. Le strade sono interrotte e le emergenze ovunque, gli ospedali come il Norvic sono colmi di morti e di feriti, spesso lasciati fuori in attesa di un medico, un infermiere, o uno spazio in corsia. Ovunque in città si sentono i lamenti delle persone rimaste intrappolate, le grida sembrano aumentare man mano che il buio si avvicina e aumenta il silenzio attorno. Le macchine e le moto non possono andare in strada per via delle enormi crepe e anche i soccorsi sono organizzati tra vicini.
A Lalitpur i giardini di Patan Durbar, che erano circondati da antichi templi oggi distrutti, sono trasformati in campo per gli sfollati. La gente resta all'aperto nei rari slarghi tra i palazzi, condividendo il cibo, in una città congestionata dalle costruzioni: sono rimaste in piedi solo le nuove e le più fortunate. Sono quasi rasi al suolo i monumenti orgoglio del Paese e patrimonio dell'umanità, le piazze storiche come Durbar e l'area del tempio di Shiva a Pashupati (che però è quasi intatto). La residenza di tante dinastie di sovranidèi è deturpata da crepe profonde e il muro di cinta della caserma delle famose guardie reali è crollato lasciando scoperto un fianco, ora protetto dai cavalli di frisia.
Ma la tragedia umana più toccante è stato il collasso della celebre torre di Dharahara, la più alta, con i suoi nove piani costruiti nel 19esimo secolo, dai quali si godeva la vista dell'intero centro storico. Decine di turisti e locali, forse una cinquantina, sono rimasti intrappolati dentro. Gruppi di volontari e soldati hanno estratto i primi corpi, ma i mezzi sono scarsi e si procede lenti. Si sa solo che in mattinata erano stati venduti quasi 200 biglietti d'ingresso, ma è difficile stabilire quanti si trovavano all'interno al momento del crollo.
Se a Katmandu la violenza delle scosse è stata grande, ancora più forte la terra ha tremato attorno all'epicentro, dal quale giungono solo voci di interi villaggi distrutti come Manglung. «Metà degli abitanti sono scomparsi o morti », ha detto Vim Tamang, uno dei sopravvissuti che vive all'aperto per paura delle nuove scosse. Ma oltre al Nepal ha tremato l'intero nord est dell'India, compresa la capitale Delhi, il Bengala, l'Uttar Pradesh, il Bihar, dove ci sono stati almeno 20 morti, la Cina.
In Nepal sono rimasti pesantemente colpiti 35 dei 75 distretti per lo spostamento della massa himalayana che ha trovato sfogo a soli dieci chilometri sotto terra, così che l'effetto secondo gli scienziati è stato ancora più diffuso e violento in superficie. Poiché mancavano cinque minuti a mezzogiorno ed era sabato, pochi camminavano per strada nei quartieri di Katmandu dove sono avvenuti gran parte dei crolli. Fosse successo di notte sarebbe stata un'ecatombe.
Gianni Ara è un tour operator italiano che vive in Nepal da venti anni. «Ero sul terrazzo di casa – racconta - quando mi sono sentito spostare violentemente e ho fatto appena in tempo ad afferrare la ringhiera perché non mi tenevo più in piedi. Allora ho guardato fuori e la gente scappava in basso alla ricerca di rifugio, ma non ci sono molti luoghi aperti. Allora ho preso la moto e cambiando direzione per le strade bloccate dai crolli sono arrivato a Durbar square. La desolazione di quel posto meraviglioso mi ha scioccato, quasi metà della mia vita l'ho passata camminando tra questi palazzi e templi che ora sembrano rovine di guerra».
( testo raccolto da Raimondo Bultrini)

* oggi, 30 aprile, i morti accertati sono 8.320

Pubblicato da la Repubblica il 26 aprile 2015










PERCHÉ È SUCCESSO:

Stritolato tra India ed Eurasia
così il Nepal cede 4 centimetri l'anno
di Elena Dusi


NEL "gran premio" della tettonica terrestre, la placca indiana è fra le più veloci. Ogni anno la sua massa si sposta verso Nord di quattro centimetri e mezzo. Un'enormità rispetto a ciò che definiamo "tempi geologici", soprattutto se si pensa che sulla sua strada trova un blocco di due continenti come l'Eurasia. Non è un caso che questo scontro fra titani abbia generato la catena montuosa più alta della Terra. E nemmeno che qui si sia appena scatenato un terremoto di magnitudo 7,9, sentito da 205 milioni di persone fino a mille chilometri da distanza. Fino a ieri sera le scosse di assestamento superiori alla magnitudo 2,5 erano state una cinquantina, con la più forte di 6,6.
Esattamente fra l'incudine e il martello, fra la placca indiana che preme verso nord con un fronte immenso (quasi mille chilometri) e quella euroasiatica che le oppone resistenza, si trova il Nepal. L'epicentro è stato 80 chilometri a Nord-ovest dalla capitale Katmandu, in una valle dove quasi cinque milioni di persone si sono concentrate in case costruite di fretta dopo la fine della guerra civile, 10 anni fa. Secondo l'associazione Geohazard International, due terzi degli edifici in Nepal non rispettano i criteri di sicurezza antisismica. Mettendo insieme i dati sulla forza del terremoto, la popolazione coinvolta e la solidità delle abitazioni, l'United States Geological Survey ha stimato che le vittime del sisma di ieri raggiungeranno le 10 mila con una probabilità del 33% e le 100mila con una probabilità del 32%.
Un terremoto forte in quella zona in realtà non stupisce nessuno. Nel 1505 il re del Nepal morì proprio in un sisma che piagò la regione con tre anni di scosse di assestamento. Si stima che intorno all'Himalaya la terra tremi in modo disastroso ogni 75-80 anni. E l'ultimo grande terremoto colpì a pochi chilometri dall'Everest proprio nel 1934. La terra allora si squarciò per 150 chilometri e le vittime furono più di 10mila. Puntuali, ieri, i sismografi sono tornati a scuotersi nelle stazioni geologiche installate in Nepal. «Molti apparecchi sono andati in saturazione », spiega Franco Pettenati, ricercatore dell'Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste.
Ha invece resistito la stazione sismica dell'Everest, che dall'anno scorso registra i movimenti della Terra a 5.050 metri di altezza, nell'osservatorio Piramide del Cnr. «La scossa si è verificata sulla grande linea tettonica chiamata Main Himalayan Thrust», spiega Pettenati. «Qui avviene la subduzione della placca indiana, che scivola al di sotto della placca euroasiatica. Nel punto in cui quattro faglie accavallate l'una sull'altra si incontrano, a circa 12 chilometri di profondità, è avvenuta la rottura e si è scatenato il sisma. Sulla stessa linea tettonica in tre ore ci sono state fino a 13 repliche con magnitudo stabile intorno a 5. Segno che il movimento è ancora in atto e la Terra sta scaricando la sua energia».
Il sismografo della Piramide italiana è stato installato nel 2014 per monitorare una delle aree sismiche più turbolente. «L'Himalaya — spiega Pettenati — è una catena giovane. Si è formata 55 milioni di anni fa e la sua geodinamica resta una delle più attive della Terra. Gli spostamenti orizzontali delle placche superano i 4 centimetri all'anno, mentre sulle Alpi orientali registriamo un paio di millimetri e in Sudamerica 1,2 centimetri». A battere in velocità la placca indiana è solo quella del Pacifico, che si immerge sotto a quella nordamericana al ritmo di 8 centimetri all'anno. Qui nel 2011 terremoto e tsunami misero in ginocchio il Giappone. In Cile nel 1960 avvenne il terremoto più forte fra quelli mai registrati, con magnitudo 9,5. In media ogni anno nel mondo si verificano 15 sismi superiori a 7. In Nepal, dove la terra ha tremato relativamente poco per 80 anni pur continuando a spostarsi al ritmo di 4,5 centimetri l'anno, si era accumulata una tensione capace di spostare i fronti delle placche fino a 10 metri.

 Pubblicato da la Repubblica il 26 aprile 2015


venerdì 17 aprile 2015

Generazione Z: vi riconoscete?



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Generazione Z
di Maria Novella De Luca


Li hanno chiamati "Zeta", in mancanza di meglio. Camaleontici, inafferrabili, social, abitano l'universo dei videogiochi di "Minecraft", adorano gli Youtubers e gran parte della loro vita è scandita dalla "i", minuscola, di iPod, iPad, iPhone. Velocissimi, esperti, incredibili tecno-navigatori sono i nuovi bambini e i nuovi teenager della "Generazione Z". Fratelli dei "Millennials", primogeniti della "Generazione X", nipoti dei "Baby Boomers", sono nati quando il mondo era già un'unica connessione, e le loro ecografie prenatali filmate in 3D. I più vecchi, venuti al mondo nel 2000, hanno 15 anni, i più giovani sono cresciuti nel mix multietnico dell'Italia globale. Per battezzarli, negli States, "Usa Today" aveva lanciato nel 2012 un gigantesco sondaggio. "Wii-Gen", "i-Gen", "Post-Gen", erano state le risposte, nessuna efficace però. Poi è arrivata la definizione: "Generazione Z", firmata dal sociologo Neil Howe, già scopritore insieme a William Strauss dei "Millennials". Zeta, come la fine di un ciclo, diviso tra il prima e il dopo l'11 settembre. Come Oskar, il ragazzino di 9 anni che attende invano il padre sepolto nelle Torri Gemelle, protagonista dello struggente romanzo di Jonathan Safran Foer, "Molto forte, incredibilmente vicino".
L'ultima lettera dell'alfabeto, dunque, per descrivere ragazzini nati negli anni della grande crisi, incastrati nella fine delle certezze occidentali, e assai più poveri dei loro fratelli maggiori. Ipotecati da un debito di migliaia di euro sulle loro teste, i primi per cui la vita digitale non è diversa da quella reale, autonomi, ecologisti, spesso figli unici, abilissimi nell'imparare così come nel bruciare nuove tecnologie, ma ben coscienti già dall'infanzia di doversela cavare da soli. Dietro ci sono famiglie impoverite, reti di welfare disintegrate e la grande disillusione dei trentenni senza lavoro. Con tutte le incognite che ne conseguono, così sottolineava qualche giorno fa il «New York Times», in un preoccupato editoriale dal titolo: «Cercando una strada per la Generazione Z».
In Italia gli "Zeta" sono circa un milione e mezzo di bambini e adolescenti, ma è inutile cercare saggi e ricerche, le nostre indagini si sono fermate ai «Millennials». Di questi ultimi, diventati maggiorenni alla vigilia del nuovo secolo, il demografo Alessandro Rosina, è uno dei massimi esperti, e conferma che nel nostro paese le ricerche sui post, i ragazzini nati negli ultimi quindici anni, sono appena iniziate. «Di questa "Generazione Z" si sa ancora poco, ma alcuni tratti sono già evidenti. Sono i primi adolescenti ad avere genitori con competenze digitali, a poter comunicare con lo stesso linguaggio. Ad un "Millennial" non sarebbe capitato che la mamma mettesse le sue foto su Facebook. Genitori e figli oggi sono uniti, non divisi dalla Rete, anche se naturalmente i ragazzi cercano in tutti i modi di nascondersi ». Gli "Zeta", poi, sono la prima generazione di bambini italiani a contatto, in tutto e per tutto, con coetanei immigrati di seconda generazione, oltre il 15% soltanto nella scuola primaria. «Li caratterizza una estrema velocità, la capacità di confrontarsi con altre culture, l'autoproduzione del sapere attraverso la Rete. Sono spinti precocemente a fare da soli, e faticano a riconoscere l'autorità. Con non pochi problemi, ad esempio, sul fronte scolastico». I figli della «Generazione X» insomma sarebbero in grado, fin da piccoli, di trovare la bussola nel mondo complesso che li circonda. Esponendosi però a rischi seri. La Tv, cattiva maestra dei "Millennials", non era tanto pericolosa quanto può esserlo uno smartphone. «Perché la Tv — mette in guardia Rosina — può diffondere messaggi sbagliati, ma oltre lo smartphone c'è un ignoto ancor più rischioso».
In attesa delle ricerche italiane, bisogna attingere al libro «Generations » di Howe e Strauss (oggi scomparso) alla loro cronologia esistenziale, per raccontare miti e totem dei passaggi d'età, dal dopoguerra ad oggi. I «Baby Boomers », nati tra 1946 e il 1964, figli dell'esplosione demografica post bellica e del miracolo economico. La «Generazione X» (1965-1980) dal libro ormai classico di Douglas Coupland, i primi giovani a non conoscere guerre, a raggiungere in massa l'istruzione superiore, la rivoluzione del ‘68 e il femminismo. I "Millennias" (1981-2000), ragazzi dell'Erasmus di Schengen, liberi dalla leva obbligatoria, altamente preparati e disperatamente senza lavoro. Giovani che in Italia stabiliscono il record di denatalità, ed emigrano in massa, come i loro bisnonni.
Ora la lente d'ingrandimento si sposta sui fratelli più piccoli. Già catturati dalle ricerche di mercato, in cerca di nuovi consumatori. Eppure leggendo "I nuovi bambini", saggio di Paolo Ferri, professore di Teoria e tecnica dei nuovi media all'università Bicocca di Milano, si capisce che la Generazione Z ha già una identità precisa. Dai loro cult, come il videogioco milionario "Minecraft", che ricorda le "Città invisibili" di Italo Calvino, all'abitudine di filmare ogni momento della giornata. Dai loro miti pop, oggi Youtubers come Favij (Lorenzo Ostuni) ma anche Jovanotti, i precocissimi ragazzini Zeta sembrano consapevoli di dover riscrivere le regole del gioco.
"I nuovi bambini" è una guida, pensata da un padre (Ferri) immigrante digitale, per genitori spaventati dalla seconda pelle virtuale dei loro figli. «Gli "Zeta" sono ragazzini con il digitale nel Dna, così li ha abilmente definiti la "Jwt", grande agenzia di pubblicità. Del resto sono figli di madri che hanno messo online le ecografie di quando li aspettavano, e fin da piccolissimi hanno visto i genitori con in mano un iPhone. Bambini che rappresentano una rivoluzione antropologica, una variante dell' homo sapiens , ce ne dobbiamo fare una ragione». Il problema è la tecnofobia dei grandi. I quali però sono i primi a fare un uso malsano di Internet. Spiega Ferri: «Cosa potrà imparare teenager che vede i genitori navigare in Rete, ma solo per chattare su Facebook? Pensiamo sempre che siano i più piccoli a dover cambiare i loro comportamenti, qui invece la rivoluzione è alla rovescia e inizia dai grandi».
Ed è (anche) questo che racconta Giorgio Ghiotti, giovanissimo scrittore, classe 1994, dunque "Millennial", nel suo libro "Dio giocava a pallone" (Nottetempo). Storie di primi amori e di prime trasgressioni dei teenager della "Generazione Z". «Quando vado nelle scuole, a parlare di libri, vedo adolescenti affamati di emozioni, esattamente come eravamo noi alla loro età. Ascoltano, ma non vogliono indicazioni né strade già tracciate. La generazione Zeta cammina con regole proprie e gli adulti non possono che adeguarsi».

pubblicato da la Repubblica il 16 aprile 2015
 

giovedì 16 aprile 2015

Londonsphere - Londrasfera

POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

È il secondo articolo su Londra pubblicato da la Repubblica nel giro di un mese; per quale ragione? Leggetelo, anche se avete già studiato il Regno Unito.

METROPOLIS
Così nasce la grande Londra
di Enrico Franceschini


C'ERANO una volta le grandi città. Poi, quando hanno continuato a crescere, le abbiamo chiamate metropoli. Quindi megalopoli. Nei prossimi vent'anni Londra appare destinata a diventare qualcosa di ancora più grande e profondamente differente: una gigantesca città-ufficio per decine di milioni di pendolari che abitano non solo oltre i suoi confini metropolitani, delimitati dalla M25, l'autostrada lunga 270 chilometri che le corre intorno, ma sparsi per tutta l'Inghilterra e perfino oltre la Manica, fino a Parigi, Bruxelles, Rotterdam e oltre. "Welcome to the Londonsphere", predice il Financial Times , immaginando come sarà la capitale sul Tamigi nel 2035: benvenuti nella "Londrasfera", una calotta che come un tetto invisibile ingloba un pezzo d'Europa e attira come una calamita digitale tutto il mondo.
Per dimensioni geografiche e numero di abitanti, è già oggi la maggiore città dell'Unione Europea: suddivisa in 32 borghi che sono di fatto municipalità autonome, grande come Roma, Berlino e Amsterdam messe insieme, con una popolazione di otto milioni e 615mila abitanti che diventano 12 milioni se si considerano anche gli sterminati sobborghi. Ma sinora la sua crescita è stata per così dire naturale, graduale, costante: fondata dai Romani con il nome di Londinium su un'ansa del Tamigi nel 43 dopo Cristo, nel 1800 fu la prima città al mondo dopo l'antica Roma a raggiungere un milione di abitanti, salendo a due milioni nel 1850, sei milioni nel 1900, sette milioni nel 1910, otto milioni nel 1930, per poi declinare e risalire al livello attuale grazie all'immigrazione e alla globalizzazione, con la previsione che entro un decennio arriverà a 10 milioni di abitanti, 15 milioni comprese le periferie esterne. Ad attrarre queste moltitudini, negli ultimi due secoli, a dispetto di congestione, criminalità, malattie, è stata — come in altre megalopoli — l'opportunità di trovare più facilmente lavoro. Non una vana speranza, considerato che secondo le statistiche Londra produce da sola un terzo del Pil nazionale britannico. Ogni anno, 350mila nuovi immigrati entrano in Gran Bretagna, in larga parte diretti a Londra, senza contare gli studenti (con 43 Università ha la maggiore concentrazione di istituti di stul'espulsione di superiori in Europa) e senza considerare i turisti (16 milioni l'anno, che ne fanno la più frequentata destinazione turistica del pianeta). Non a caso qui si parlano 300 lingue e abitano tutte le razze della terra.
Ma il boom di gente che vuole vivere a Londra si scontra con un problema, riassunto da Andrew Adonis, ex-ministro laburista, scrittore e accademico, in tre parole: "Casa, casa, casa". Non si tratta più soltanto della gentrification , il termine (da gentry , piccola nobiltà) usato dagli urbanisti e dagli speculatori immobiliari per descrivere della classe operaia dalla città per fare posto alle classi medie, ai benestanti, agli yuppie. Ora sono costretti ad andarsene anche i benestanti e gli yuppie. Il prezzo medio di una three bedroom, un appartamento con tre stanze da letto, ha raggiunto un milione e 100mila sterline, circa un milione e mezzo di euro: proibitivo, irraggiungibile con qualunque mutuo da comuni mortali, a meno di vincere la lotteria o ereditare una fortuna. Se vivi a Londra, infatti, hai l'impressione che l'unico argomento di conversazione, al ristorante, ai party, nella pausa caffè in ufficio, sia la casa e il costo della medesima. Ah, no, ce n'è pure un altro di argomento: il costo delle scuole private. Quelle statali e gratuite, in città, sono accademicamente scarse e talvolta con il metal detector all'ingresso. Quelle private costano da 20 a 30mila sterline l'anno di retta d'iscrizione, diciamo intorno ai 30mila euro. Mandarci un bambino dall'asilo alla maturità costa all'incirca l'equivalente di mezzo milione di euro. Fate i conti: se avete due figli, istruirli vi costerà un milione di euro. Inconcepibile. Ci sono nonni, da queste parti, che si vendono la casa per pagare la scuola ai nipoti.
La risposta a entrambi i problemi creati dall'espansione di Londra, il caro-casa e il caroscuola, è «l'adozione di città-satellite in cui fare risiedere una nuova tribù di londinesi occasionali », sostiene Simon Kuper, columnist del quotidiano della City, in un saggio su London Essays , nuovo giornale pubblicato dal Centre for London. Nell'era vittoriana fu la metropolitana, la prima al mondo, a permettere ai londinesi di vivere nei sobborghi e lavorare in città, spiega il giornalista del Financial Times . In un futuro prossimo venturo saranno i treni ad alta velocità a permettere ai "londinesi occasionali" di vivere a centinaia di chilometri di distanza e lavorare a Londra. Qualcuno ha già cominciato: conosco inglesi che si sono venduti un monolocale in città, con quei soldi hanno comprato una casetta di tre piani a Brighton e fanno i pendolari venendo a Londra in treno in poco più di un'ora. Ma questo è niente rispetto a ciò che permetteranno i treni superveloci. Attualmente, scrive Kuper, il Regno Unito ha appena 110 chilometri di ferrovie ad alta velocità, tra Londra e il canale della Manica: servono all'Eurostar, il treno che collega Londra e Parigi in due ore. Non appena comincerà a funzionare la High Speed 2, grosso modo nei prossimi vent'anni, Birmingham, la seconda maggiore città britannica, sarà a 49 minuti di treno da Londra, e Manchester a 60 minuti. Diventerà possibile abitare da qualunque parte in Inghilterra, in luoghi in cui casa e scuola hanno prezzi umani, e lavorare a Londra. L'Eurostar collega già, oltre a Parigi, anche Bruxelles e Rotterdam con Londra in un paio d'ore. I treni superveloci moltiplicheranno le possibilità di fare i pendolari con Londra da altre città in Europa.
La "Londonsphere" renderà Londra simile alla Greater Tokyo, l'area intorno alla capitale giapponese, già servita dai bullet train , i treni-proiettile, che ne hanno fatto la più grande zona metropolitana della storia con 36 milioni di abitanti. Basta un esempio a dare il senso di cosa significa questa rivoluzione dei trasporti: Crossrail, la nuova linea superveloce con 43 chilometri di tunnel che arriveranno a Londra, dal 2018 porterà 3 milioni di passeggeri al giorno in più nel cuore della capitale, in aggiunta ai 3 milioni al giorno che già prendono i treni del metrò e ai 4 milioni al giorno sugli autobus. E per i pendolari a lungo raggio ci sono i sei aeroporti della città, con voli a basso costo che consentono di andare e venire tutte le settimane, volendo anche tutti i giorni dalla mattina alla sera, da Londra a decine di destinazioni europee lontane un'ora o due.
Ma la categoria dei "londinesi occasionali", che suona più elegante di pendolari, non dipende soltanto dalla rivoluzione dei trasporti: dipende anche dalla rivoluzione digitale. Grazie a Internet è e sarà sempre più possibile lavorare da casa propria almeno parte della settimana. E poi, nota il saggio di Kuper (il quale vive a Parigi e fa già il pendolare con il suo ufficio sulle rive del Tamigi), proprio i treni ad alta velocità offrono una piattaforma mobile da cui lavorare abbastanza comodamente: ogni poltroncina comprende un tavolino, una presa per l'energia elettrica e l'allacciamento al web. Si può lavorare anche nell'ora o due per andare al lavoro o tornare a casa. Poi, nel week-end, il "londinese occasionale" porterà la famiglia a Londra per fare shopping, visitare un museo, andare a teatro. Prepariamoci dunque alla "Londonsphere" del 2035: playground per i ricchi che possono pagare dal milione e mezzo di euro in su per un appartamento di tre camere e sterminata città-ufficio per un popolo di pendolari sparsi per tutta l'Inghilterra e mezza Europa.

Pubblicato da la Repubblica il 15 aprile 2015