sabato 12 settembre 2015

Scoperto un nuovo ominide



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Ecco l'Homo naledi
un nuovo antenato
scoperto in Sudafrica
di Silvia Bencivelli


Quindici uomini e quasi altrettanti misteri. E il primo è, appunto, di che uomini si tratti. Per adesso si tratta di millecinquecento ossa e centoquaranta denti antichi, ma antichi non si sa ancora quanto. Intanto, per i paleontologi di tutto il mondo rappresentano una scoperta pronta a riscrivere i libri di testo. Sono i resti trovati nel fondo della grotta di Rising Star, una cinquantina di chilometri a nordovest di Johannesburg, descritti ieri in un articolo pubblicato dalla rivista open access eLife da scienziati della University of Witwatersrand di Johannesburg, dalla National Geographic Society e dal Dipartimento per la Scienza e la Tecnologia/National Research Foundation del Sudafrica, guidati dal paleontologo sudafricano Lee Berger. Un gruppo di 40 ricercatori, tra cui l'italiano Damiano Marchi, dell'università di Pisa. «Abbiamo trovato una specie che consideriamo appartenente al genere Homo — ha dichiarato Berger — ed è davvero notevole». Il suo nome è Homo naledi, dove naledi in lingua Sotho significa "stella".
La scoperta è importante per numerose ragioni. Intanto è un ritrovamento particolarmente ricco: non la solita mezza mandibola da cui dedurre la struttura di un intero scheletro, ma un sacco di ossa, tante e diverse. Praticamente è già «il membro fossile della nostra linea evolutiva che conosciamo meglio», ha proseguito Berger.
Questo significa che è già possibile provare a descrivere come fosse fatto. E cioè è possibile dire che era alto circa un metro e mezzo e probabilmente era snello. Che aveva la parte superiore del corpo simile a quella dell'Australopiteco e la parte inferiore simile alla nostra. Molto simile, soprattutto i piedi. Ma l'Australopiteco è comparso sulla Terra circa quattro milioni di anni fa, mentre noi quei piedi abbiamo cominciato a muoverli solo duecentomila anni fa.
Non solo: il cranio di Homo naledi è piccolo e il cervello che conteneva non poteva essere più grande della metà del nostro, simile cioè a quello di specie vissute due milioni di anni fa. Ed ecco quindi il principale dei misteri. Quando è vissuto Homo naledi?
Gli scienziati ancora non lo sanno. Potrebbe essere uno dei primi membri del genere Homo, e risalire a circa due o tre milioni di anni fa. Oppure potremmo scoprire che è una specie vissuta fino a ieri ma dai caratteri antichi, un po' come è il celacanto per i pesci: una specie che nuota tranquilla nelle profondità degli oceani africani dalla fine del Cretaceo. In ogni caso, spiegano gli scienziati, per una datazione precisa dei resti ci sarà da aspettare. Ci sarà anche da capire se i corpi siano stati gettati deliberatamente nella grotta. Che si tratti di sepolture o di omicidio, sarebbe il primo segno di un comportamento tanto complesso in una specie tanto antica. Cioè, ha spiegato Lee Berger al National Geographic , Homo naledi «potrebbe non essere così vicino a noi, ma avere abilità cognitive simili alle nostre».
Potrebbero esserci migliaia di resti ancora da scoprire nella grotta, ha proseguito Berger.
Ma non tutti condividono l'idea che i quindici di Rising Star siano una nuova specie. Tra gli scettici c'è Ian Tattersall, paleontologo dell'American Museum of Natural History di New York, che già in passato ha chiesto ai colleghi più cautela nel battezzare nuove specie. Anche lui, però, ammette che la scoperta è importante: «si tratta di un incredibile assemblaggio di fossili che terrà i paleoantropologi occupati per un bel po' di tempo».

giovedì 16 luglio 2015

14 luglio 2015

POSTATO DAL PROF D'ITALIANO:

Come sapete il 14 luglio è il giorno in cui iniziò, con la presa della Bastiglia, la Rivoluzione francese.
Questa è una foto scattata a Parigi 2 giorni fa:


Questa invece è una famosa canzone francese, di un famosissimo cantante, in cui si parla anche del 14 luglio:

Georges Brassens: La mauvaise réputation

Ecco cosa dice (se sei interessato al testo in francese, cercatelo):

LA CATTIVA REPUTAZIONE

Al paese, senza menar vanto,
Ho una cattiva reputazione.
Che mi agiti o resti fermo
Passo per un non-so-che.
Eppure non faccio torto a nessuno
Per la mia strada d'ometto tranquillo.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti sparlano di me,
A parte i muti, naturalmente.

Il giorno del 14 luglio
Me ne resto in panciolle a letto;
Della musica che marcia al passo
Non me ne importa nulla.
Eppure non faccio torto a nessuno
Se non ascolto squillar la tromba.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti mi segnano a dito,
A parte i monchi, naturalmente.

Quando incrocio un ladro sfigato
Inseguito da un bifolco,
Allungo la gamba e, perché non dirlo?
Il bifolco si ritrova per terra.
Eppure non faccio torto a nessuno
Lasciando scappare chi ruba una mela.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti mi s'avventano addosso,
A parte gli sciancati, naturalmente.

Non serve esser Geremia
Per indovinare la mia sorte:
Se trovano una corda di loro gusto
Me la passeranno al collo.
Eppure non faccio torto a nessuno
Se non seguo le strade che portano a Roma.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti verranno a vedermi impiccato,
Tranne i ciechi, naturalmente.



Ora, vedete voi se preferite i fuochi d'artificio o Georges Brassens!

Il dito medio del gorilla!

POSTATO DAL PROF. DI ITALIANO:



È estate e, a causa del caldo eccessivo, il cervello se ne va in vacanza (succede a chi ce l'ha, naturalmente, un cervello! Chi non ce l'ha, non ha problemi). Così si riempiono gli spazi a disposizione (in questo caso il sito internet de la Repubblica - oggi, 16 luglio 2015) con le stupidaggini più assurde. Come questa, che pubblico perché anch'io - probabilmente - ho il cervello in vacanza!


Accordo sul nucleare tra U.S.A. e Iran

PUBBLICATO DAL PROF. D'ITALIANO:

Leggete questo articolo su un evento che passerà alla storia, speriamo in senso positivo! 
Pubblicato da la Repubblica il 15 luglio 2015



La svolta nucleare
ecco l'accordo tra Usa e Iran che può cambiare il mondo
Di BERNARDO VALLI

Abitanti di Teheran, la capitale dell'Iran, festeggiano l'accordo appena firmato

Ci sono voluti più di 35 anni per riavvicinare il grande Satana (1) e il regime canaglia (2), caposaldo dell'asse del male. Ci vuol tempo per sradicare gli insulti diventati dogmi. La diplomazia ha dovuto faticare, ma si è rivelata più efficace delle armi in agguato. Nel mondo irrequieto, sbrigativo nell'uso della forza, è un segno di saggezza. La rivalità tra l'America bollata dall'Iran come satanica e l'Iran definito dall'America canagliesco si è risolta la mattina del 14 luglio, dopo tredici anni di trattative, in un accordo sul nucleare che resta ricco di incognite, che non è ancora la pace, ma che è pur sempre una vittoria dell'intelligenza umana, emersa con fatica dal fanatismo e dal sospetto. Il defunto imam Khomeini, fondatore della teocrazia (3) iraniana, si stupirebbe di quel che è accaduto all'Hotel Palais Coburg di Vienna, dove i suoi successori hanno raggiunto un'intesa con gli americani, inassolvibili nemici dal 4 novembre 1979, giorno in cui gli studenti di Teheran, esaltati dalla rivoluzione e dalla caduta dello scià, assaltarono l'ambasciata Usa. E furono presi come ostaggi 66 diplomatici e impiegati.
L'intesa di Vienna è il primo passo. Resta l'approvazione dell'Onu che si annuncia rapida. Poi la ratifica del Majlis (Parlamento) di Teheran, anticipata dall'approvazione della Guida suprema Khamenei senza la quale non ci sarebbe stato un accordo: e infine quella più problematica, entro due mesi, del Congressso di Washington, dove non mancano i nemici dell'intesa con l'Iran. Gli scettici, gli indecisi si trovano tra i repubblicani e i democratici.
E sono particolarmente attivi coloro che sono d'accordo col primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, da sempre favorevole a un intervento armato e adesso pronto nel denunciare, affiancato da un imprevedibile alleato di fatto, l'Arabia Saudita, come uno storico errore l'accordo di Vienna. Benché Barack Obama dica con toni rassicuranti che sia basato "sui controlli e non sulla fiducia". Controlli che dureranno tra i dieci e i quindici anni.
Le scuole di pensiero sulla grande impresa diplomatica sono tante. Quella positiva sottolinea con ragione che non si tratta di un semplice affare regionale. La sua portata è internazionale perché riguarda la proliferazione nucleare, quindi è un esempio che non si limita alla pace e alla sicurezza in Medio Oriente, ma si estende al Pianeta. L'accordo autorizza il nucleare civile ed esclude quello militare. Dovrebbe dissuadere i grandi paesi sunniti, come l'Arabia Saudita, a dotarsi della bomba atomica, intimoriti dall'idea che l'Iran, l'avversario sciita, stia per averne una. Per quanto riguarda Israele non ha firmato il patto di non proliferazione e disporrebbe di armi nucleari da tempo. Fu la Francia, quando era stretto alleato dello Stato ebraico, a fornirgli negli anni Cinquanta il primo know how (4) necessario.
Il documento di Vienna limita con precisione la capacità d'arricchimento dell'uranio, riducendo il numero delle centrifughe, e in generale l'attività di ricerca e di sviluppo. Un meccanismo ristabilisce le sanzioni (5) automaticamente in caso di violazione dell'accordo, e comunque esse non vengono sospese tutte insieme, ma via via che sono assolti gli impegni. Le centrali nucleari d'Arak e di Tatanz saranno soggette, come tutte le altre, a continue ispezioni dell'Agenzia atomica dell'Onu, tese a controllare la produzione dell'uranio arricchito, combustibile indipensabile per il nucleare militare. L'arsenale di Parchin sarà soggetto a verifiche concordate. E le armi che vi si trovano, cioè quelle convenzionali, sanno sottoposte a embargo, come i missili mobili, per cinque anni. Dopo l'approvazione del Consiglio di Sicurezza l'Iran dovrà prepararsi per tre mesi ad applicare i vari capitoli dell'accordo. Quest'ultimo dovrebbe essere rispettato nel suo insieme all'inizio del prossimo anno.
Oggi, stando agli esperti più ottimisti nelle valutazioni tecniche, l'Iran sarebbe in grado di realizzare una bomba atomica nello spazio di due mesi. Applicate tutte le clausole dell'accordo di Vienna, la sua capacità si allungherebbe a 12. Queste valutazioni hanno subito e subiscono molte variazioni. Gli specialisti israeliani hanno spesso contraddetto il loro primo ministro, che accorciava drammaticamente i tempi di preparazione della bomba. Ma adesso i giudizi divergono in particolare sulla fiducia, sull'efficacia dei controlli e su quello che accadrà quando sarà scaduto l'accordo. Ossia tra una decina di anni. Gli scettici e gli scontenti non mancano nei due campi. Tra gli stessi iraniani c'è chi considera il documento di Vienna una gabbia in cui il suo paese resterà imprigionato.
Ma la posta in gioco non è soltanto il nucleare. Se l'accordo del 14 luglio sarà applicato, l'Iran recupererà il ruolo di grande potenza della regione. La ripresa degli introiti del petrolio, ridotti dalle sanzioni, il rilancio dell'economia favorito dagli investimenti stranieri impazienti di riversarsi su un paese di 80 milioni di persone ansiose di consumare, il riavvio dell'attività bancaria con l'Occidente, insieme al ritorno alla normalità in tanti altri settori accrescerà l'influenza della Repubblica islamica fondata da Khomeini. Gli alleati tradizionali dell'America, quali l'Arabia Saudita e Israele, non perdonano a Obama di avere favorito, anzi voluto, il ritorno in società a pieno titolo del loro avversario. Non credono nell'efficacia della camicia di forza sul nucleare imposta dai negoziatori dei sei paesi impegnati nelle trattative (Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Stati Uniti più Germania). L'Iran diventa un partner economico, politico e militare di grande rilievo.
Vladimir Putin è pronto ad accoglierlo nel Brics (6), il club dei paesi emergenti animato oltre che dalla Russia, da Cina, India, Brasile, Sudafrica. E il suo peso nella crisi mediorientale è destinato ad aumentare. Le milizie sciite, finanziate e spesso comandate da iraniani sono già, insieme a quelle curde, le forze più efficaci nella lotta contro il califfato, che occupa un vasto territorio a cavallo di Iraq e Siria. Gli Hezbollah libanesi, spina nel fianco di Israele, ma anche efficienti alleati del regime di Damasco, sono di fatto un appendice di Teheran. Secondo una scuola di pensiero il più ampio ruolo del regime degli ayatollah inaspirirà il conflitto. Altri invece, e tra questi Barack Obama, contano sul pragmatismo dimostrato dai negoziatori di Vienna. Tenaci, polemici, orgogliosi, ma infine pronti ad accettare severi condizionamenti pur di uscire dall'isolamento. Insomma pronti ai compromessi e a una cooperazione.

(1) grande Satana = gli U.S.A.
(2) regime canaglia = l’Iran
(3) teocrazia = tipo di governo in cui il potere è nelle mani dei capi della religione; in Iran il capo religioso fu per molti anni l’ayatollah Khomeini, che nel 1979 guidò una rivoluzione contro lo scià di Persia, ossia il re dell’Iran, che fu costretto a fuggire
(4) know how = l’insieme di conoscenze necessarie per fare qualcosa, in questo caso per costruire la bomba atomica
(5) sanzioni = si tratta di sanzioni economiche, ossia di limitazioni nei rapporti commerciali ed economici tra uno stato e un altro; in questo caso da anni gli U.S.A. e altri Paesi non hanno rapporti economici e commerciali con l’Iran (con notevoli danni per l’Iran, cioè per la gente comune, perché quelli che sono al potere non subiscono mai niente!)
(6) Brics = acronimo che indica i Paesi emergenti negli ultimi anni, cioè Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica

Ragazzi e tablet

PUBBLICATO DAL PROF. D'ITALIANO:



Ogni giorno otto ore al tablet
"Per i piccoli è una droga"
Di ELENA DUSI


Cara, vecchia Tv. La baby sitter di una generazione è stata (quasi) mandata in soffitta da un esercito di agguerriti smartphone e tablet. Ai genitori i telecomandi per spegnere tutto ormai non bastano più, anche perché i nuovi strumenti sono ben custoditi nelle tasche e nelle camere dei ragazzi, anziché nel salotto di casa.
Un bambino di 7 anni in Gran Bretagna ne ha già trascorso uno a tu per tu con uno schermo. Un bambino americano di 8 anni passa 8 ore al giorno con i media elettronici. Un ragazzo tra i 13 e i 17 anni negli Usa spedisce 3.364 sms al mese, di cui 34 al giorno dopo aver spento la luce la sera. In Italia l'81 per cento dei tredicenni si collega a internet tutti i giorni. Per il 12% accedere a un social network è la prima attività dopo il risveglio e per il 35 per cento l'ultima prima del sonno.
Secondo gli ultimi dati della Società italiana di pediatria, il rapporto tra adolescenti e internet è sempre più privato - il 71% dei tredicenni si collega alla rete con il proprio telefonino - e lontano dal controllo dei genitori. Il 46% degli adolescenti passa da 1 a 3 ore al giorno sul web e il 26% supera le 3 ore. Per 6 giovani su 10 internet è «irrinunciabile » e quasi uno su 4 senza i suoi amici virtuali «si sente solo». Ma l'uso di Whatsapp (il social network prediletto per l'81% dei ragazzi) e Facebook (tre adolescenti su quattro hanno un profilo) rende gli utenti raggiungibili giorno e notte, trasformando il calcolo delle ore di connessione in un'operazione senza senso. «La migrazione dal computer al telefonino - spiega Giovanni Corsello, presidente della Società italiana di pediatria - impedisce ai genitori di rendersi conto del tempo trascorso dai figli sui social network. E agevola l'abuso notturno, rubando ore preziose al sonno dei ragazzi».
Negli Stati Uniti, secondo una ricerca del 2010 della Kaiser Family Foundation citata dal New York Times , i genitori hanno ormai abdicato al loro ruolo di controllo: due su tre non impongono neanche una regola sull'uso di tablet, tv, telefonini e videogiochi. E la passione per gli schermi luminosi va a colonizzare fasce d'età sempre più precoci. Ad aprile di quest'anno una ricerca dell'ospedale di Philadelphia Einstein Healthcare Network ha trovato che il 36% dei bambini inizia a maneggiare un telefonino o un tablet ancor prima di aver compiuto un anno.
Se l'attaccamento eccessivo all'elettronica è diventato un'epidemia mondiale o quasi, c'è un Paese che ha deciso di affrontarla con i muscoli. La Cina ha classificato la dipendenza da internet come una malattia e per curarla ha aperto centri di riabilitazione dove nessuno spiraglio è lasciato alla libertà di smanettare su schermi e tastiere. Al programma militaresco imposto a tre adolescenti "internati" per tre mesi nella Internet addiction clinic di Pechino è dedicato il documentario shock Web Junkie . «Un po' di ironia - è al contrario la ricetta suggerita dallo psicoterapeuta Fulvio Scaparro - per far sì che i ragazzi si rendano conto da soli di quanto la realtà sia più vasta di uno schermo». Ai genitori Scaparro consiglia di offrire alternative altrettanto accattivanti della realtà virtuale. «Non è un caso che nei periodi di vacanza l'uso di internet crolli. Per i bambini arriva finalmente il momento di correre, giocare e azzuffarsi. La vita si impara vivendo, ma in casa e in città spesso ci sono poche attività da offrire. I genitori hanno il compito di trovare delle alternative più affascinanti di telefonini e videogiochi».

(pubblicato da la Repubblica, martedì 14 luglio 2015, anniversario della presa della Bastiglia a Parigi)

lunedì 8 giugno 2015

La battaglia di Waterloo



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:
Non so se avete già studiato Napoleone, comunque vi invito a leggere questo articolo su una delle più famose battaglie mai combattute

Duecento anni fa, il 18 giugno 1815, nella campagna belga andava in scena la più studiata e raccontata delle battaglie, costata la vita a cinquantamila uomini e l’esilio a Napoleone
Come andò davvero a Waterloo
di Stefano Malatesta


 Come Napoleone è stato il soggetto su cui si è più scritto dopo Gesù Cristo, così la battaglia di Waterloo è stata la più studiata di tutte le battaglie, antiche e moderne. Tutti questi contributi, francamente in eccesso, non hanno aiutato a far chiarezza ma semmai a rendere le modalità dello scontro più oscure. Le tesi su come andò veramente sul campo di Waterloo sono innumerevoli e tutte in contrasto tra loro. C'è la versione trash per i giornali popolari: Napoleone era in cattive condizioni perché sofferente di emorroidi, una tesi buona per Il Vernacoliere (1) di Livorno ma ovviamente non per una ricostruzione storica. La maggior parte degli autori è comunque convinta che Napoleone non fosse più lui, fisicamente e intellettualmente. Aveva messo su pancia, i capelli — seppure pettinati alla Bonaparte — non gli coprivano più il cranio ed erano ridotti a un ricciolino sulla fronte. Ma questo non prova che il Generale avesse perso le sue doti di tattico e di stratega, le stesse che gli avevano fatto vincere fino ad allora qualcosa come settanta battaglie.
La marcia che lo portò a Waterloo era riuscita perfettamente ed è stata una delle più veloci, se non la più veloce, mai compiuta dai soldati francesi. La rapidità degli spostamenti delle sue truppe era sempre stata la base delle sue vittorie: Napoleone non è stato l'inventore della guerra totale, è stato semplicemente il primo esecutore e quello che l'ha sfruttata al meglio delle sue possibilità, talmente gli era congeniale. Una cultura della guerra ereditata dai classici greci, che combattevano totalmente e in modo spietato facendo pochi prigionieri. Una volta, prima del periodo moderno, le battaglie facevano parte della vita quotidiana, come il raffreddore o le tasse. Ogni comunità ne combatteva un'altra e si aspettava di essere combattuta. Gli scontri avvenivano secondo rituali prestabiliti. Spesso i comandanti non erano dei veri comandanti, ma dei dandy (2) in trasferta militare: il duca di Cumberland si lasciava dietro dei cannoni per far posto alle centoquarantacinque tonnellate di bagaglio indispensabili al suo ménage; il principe di Soubise, il comandante della spedizione franco-austriaca contro Federico II, travolto da una famosa carica della cavalleria prussiana guidata da von Seydlitz, si trovava meglio a Versailles a ciaccolare ininterrottamente con la Pompadour, la sua protettrice, che sul campo di battaglia. O che dire del duca di Richelieu, che era celebre per la forte scia di profumo che lasciava ovunque andasse.
Comunque. Un'altra versione sostiene che la pioggia caduta in maniera anomala nella settimana prima di Waterloo avrebbe impedito all'artiglieria di avanzare nel terreno diventato una palude fangosa e di appoggiare la famosa carica della cavalleria pesante guidata dal maresciallo Ney. Napoleone era stato un eccellente ufficiale di artiglieria e aveva dato prova, durante l'assedio di Tolone, della sua capacità straordinaria di maneggiare cannoni che si trascinava sempre con sé a costo di durissime fatiche. Tutti i suoi piani di battaglia erano studiati in funzione delle armi pesanti. La chiave delle sue vittorie stava nel far convergere l'artiglieria in un punto preciso. Trattava gli eserciti nemici come una cittadella, da abbattere in breccia. Sfondare i quadrati, polverizzare i reggimenti, rompere le linee, tritare e disperdere le masse: tutto questo era a carico del cannone.
Un racconto accuratissimo della battaglia venne scritto ventidue anni più tardi da Victor Hugo (3) nella parte seconda del primo libro de Les Miserables . Per orientarsi lo scrittore era andato sul posto, visitando tutti i luoghi ormai entrati nel mito come le colline di Saint Jean e il castello di Hougoumont. E proprio da Hougoumont parte il suo grande affresco del feroce scontro: "...A fianco della cappella un'ala del castello, il solo avanzo che rimanga del maniero di Hougoumont, si staglia distrutta, si potrebbe dire sventrata. Il castello servì da torrione, la cappella da fortezza. Vi si fece uno sterminio. (...). La spirale delle scale, screpolate dal pianterreno al soffitto, appare come l'interno di una conchiglia spezzata. Tutto il resto somiglia a una mascella sdentata. Vi sono due vecchi alberi: uno è morto, l'altro è ferito al piede, e rinverdisce in aprile. Dopo il 1815 si è messo a germogliare...".
Secondo Hugo, il piano di battaglia dell'imperatore, per riconoscimento unanime, era un capolavoro: i francesi dovevano andare verso il centro della linea alleata il più rapidamente possibile, sfondarla, tagliarla in due, spingere le truppe britanniche su Alle e quelle prussiane su Tengres, superare le colline di Saint Jean, dove era attestato Wellington (4), gettarlo in mare, gettare nel Reno Blucker e arrivare a Bruxelles. Alle quattro del pomeriggio, la situazione dell'armata inglese si era fatta preoccupante. Wellington non aveva più Hougoumont, conquistato dalla fanteria francese, come copertura difensiva. Un suo subalterno gli chiese: «My lord, che cosa dobbiamo fare?» e Wellington seccato dalla domanda rispose urlando a piena gola come non aveva mai fatto «Dobbiamo resistere!». Se Napoleone fosse riuscito a portare anche solo una parte dei suoi duecento cannoni, in modo da mettere sotto tiro le colline di Saint Jean, allora la carica della cavalleria sarebbe stata molto facilitata. Ma ogni battaglia ha una sua sorte e quella di Waterloo è stata molto differente da Austerlitz (5), dove all'inizio Napoleone era costretto a muoversi alla cieca per la nebbia che invadeva tutto il campo di battaglia. Poi la nebbia venne sgomberata dal sole e allora l'imperatore, avendo davanti a sé una chiara prospettiva di vallate e di colline, poté manovrare a suo piacimento, e le truppe francesi si mossero con l'eleganza di una parata. A Waterloo, dove aveva piovuto per tutta la settimana precedente, il terreno non fece in tempo ad asciugarsi e il tentativo di trascinare i cannoni più avanti finì nel fango.
A quella stessa ora, dicevamo, nel campo francese tutti sembravano tranquilli e certi della vittoria, o almeno così volevano far vedere. Napoleone era di ottimo umore, aveva scherzato con la truppa e con i marescialli. Durante la colazione, alle otto, erano stati invitati parecchi generali. Mangiando, avevano raccontato che alla vigilia Wellington era stato visto a Bruxelles, al ballo della duchessa di Somerset. E Soult, rozzo soldato con la faccia da arcivescovo, aveva commentato: «È oggi che si balla sul serio». Il primo pomeriggio, passò in rassegna la cavalleria: erano tremilacinquecento uomini, rappresentavano un fronte di un quarto di lega. Erano ventisei squadroni, appoggiati da centosei gendarmi scelti, millecentonovantasette cacciatori e lancieri della Guardia, portavano l'elmo senza criniera e la corazza in ferro battuto, le pistole di arcione nelle custodie e la lunga sciabola a spada. Durante la rivista, la banda suonò: Veillons au salut de l'Empire. Gli ussari avevano i dolmans (6) e gli stivali rossi a mille pieghe, i soldati della Garde (7) portavano i loro colbacs a fiamma, o sable taches fluttuanti. All'estrema sinistra c'erano i corazzieri di Kellermann e all'estrema destra i corazzieri di Milaud.
Napoleone guardava al binocolo i movimenti dei quadrati delle giubbe rosse. Quando si accorse che gli inglesi stavano indietreggiando, si sentì più sicuro e diede il via alla più grande carica di cavalleria mai registrata nelle storie militari.
Hugo racconta che "prima di salire per l'ultima erta, la cavalleria si trovò davanti un burrone più che una fossa, inaspettato e profondo, aperto a picco. I cavalli si impennarono, si gettavano indietro, cadevano sulla groppa agitando le quattro zampe in aria, pestando e rovesciando i cavalieri. Non c'era più modo di indietreggiare perché la colonna era diventata un proiettile e la forza acquistata per schiacciare gli inglesi, schiacciò invece i francesi. Nel burrone inesorabilmente, cavalieri e cavalli ruzzolarono dentro, triturandosi gli uni con gli altri, formando una carne sola in quel baratro. Si dice che duemila cavalli e millecinquecento uomini furono sepolti in quell'orrido luogo". I superstiti continuarono la loro carica, raggiunta la collina di Saint Jean sempre al galoppo "ventre a terra, briglie sciolte, sciabole tra i denti, pistole in pugno, attaccarono i quadrati delle giubbe rosse. Non fu più una mischia, fu una furia, un vertiginoso impeto di anime e di corazze, un uragano di spade scintillanti. In un istante, i millequattrocento dragoni e guardie si ridussero a ottocento. Ci furono dodici assalti, Ney ebbe quattro cavalli uccisi sotto di lui. La metà dei corazzieri rimase sul poggio. Questa lotta durò due ore. La carica era fallita".
La catastrofe raccontata in maniera splendida da Hugo è all'altezza della sua fama romanzesca, ma è una balla colossale. Non finirono in nessun burrone i cavalieri francesi, semplicemente furono respinti dai quadrati delle giubbe rosse, che sembravano dei porcospini che sputavano fuoco, con tutte le baionette innescate dai soldati inginocchiati nella prima fila e i fucilieri in piedi che sparavano a colpo sicuro. Le cariche non furono dodici ma cinque e sul campo di battaglia. E su tutti dominava la figura di Wellington, che Napoleone non considerava un grande generale: in mattinata aveva detto che gli avrebbe dato la lezione che si meritava. Ma ora la lezione la stava prendendo lui. Verso sera quando le sorti della battaglia erano ormai segnate, Napoleone fece un ultimo gesto, accompagnando l'estremo attacco della guardia imperiale per qualche centinaia di metri. La Garde scomparve nelle alture per qualche decina di minuti e nel campo francese qualcuno ancora sperava nel miracolo. Invece si sentì un urlo mai udito prima in tutte le battaglie napoleoniche: « La garde recule! » (8).
Quando venne la notte solo un quadrato francese resisteva. A ogni carica gli uomini del quadrato diminuivano, ma quelli che rimanevano continuavano a combattere, riuscivano sempre a rispondere con la mitraglia. Tutta l'armata inglese aveva circondato il quadrato. Un generale, secondo alcuni Colville, secondo altri Maitland, gridò loro: «Prodi francesi, arrendetevi!». Cambronne rispose con una parola sola, diventata la più celebre di tutta la storia militare francese. Hugo sostiene che questa parola era censurata e che fu lui il primo a scriverla in originale. La parola era: « Merde! ».

(pubblicato da la Repubblica il 7 giugno 2015)

(1) Il Vernacoliere = “mensile di satira, umorismo e mancanza di rispetto” pubblicato a Livorno
(2) dandy = uomo vistosamente elegante nei modi e nel vestire, oppositore della borghesia e della mediocrità da essa rappresentata; il dandismo ebbe successo nel periodo della Restaurazione francese
(3) Victor Hugo = uno dei più celebri scrittori francesi, autore di romanzi fondamentali come “Notre-Dame de Paris” e “I Miserabili” e di numerosi drammi teatrali
(4) Wellington = Arthur Wellesley, duca di Wellington, era il comandante dell’esercito inglese nella battaglia di Waterloo
(5) Austerlitz = la battaglia di Austerlitz fu una delle più grandi battaglie che videro Napoleone vincitore contro le armate russo-austriache; ebbe luogo nel 1805
(6) dolmans = il dolman era la tipica giacchetta decorata con tanti bottoni sul davanti che fungeva da divisa degli ussari, i soldati della cavalleria leggera
(7) Garde = la Guardia imperiale, un corpo di soldati scelti il cui compito era quello di proteggere Napoleone
(8) La garde recule = la guardia indietreggia

sabato 6 giugno 2015

Ultimo giorno di scuola: per 1 su 4 festa vietata

E' tempo di ultimo giorno di scuola, e come da copione ben l’80% dei ragazzi non farà lezione. Tuttavia bisognerà fare attenzione agli schiamazzi: per 1 su 4 i festeggiamenti sono stati proibiti da preside o prof. Secondo me è una vera e propria ingiustizia!!!