mercoledì 15 aprile 2015

Le Esposizioni universali



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Cosa resta di un’Expo
di Federico Rampini


È LA DOMANDA-CHIAVE. Decine di città e di stati se lo sono chiesti da centosessantaquattro anni in qua. A volte la domanda si è tinta di angoscia, di fronte al conto da pagare. Che cosa resta di un'Expo? A parte, s'intende, i processi per tangenti o le polemiche sui cantieri incompiuti, almeno nel caso milanese.
La prima Esposizione universale a portare questo nome si tiene a Londra nel 1851: quell'evento segna la storia dell'architettura moderna, il Crystal Palace in vetro-acciaio ne è una pietra miliare. Così come lo sarà la Tour Eiffel a Parigi, anch'essa creatura-trofeo di un'Expo (1889). Vale un po' anche per l'Atomium di Bruxelles, per quanto appaia anacronistica quella rappresentazione trionfale dell'energia nucleare, eretta nel 1958 quando il ricordo di Hiroshima era ancora fresco. Dunque, le tracce possono restare eccome: durevoli, simboliche, bandiere di un'epoca. Certo, non è detto che la costruzione di un edificio destinato a diventare icona (come la Tour Eiffel o le guglie spaziali di Seattle 1962 e Brisbane 1988) basti a provare un lascito duraturo; ma può essere almeno un buon indizio che l'Expo abbia intercettato un'idea forte. In certi casi l'evento espositivo può addirittura suonare profetico, annunciare la vocazione futura di una città: come la Panamericana di San Francisco di cui commemoriamo il centenario proprio quest'anno. Nel 1915, mentre l'Europa sprofondava nella Prima guerra mondiale, la California non si limitava a festeggiare l'inaugurazione del Canale di Panama che le avrebbe dato un ruolo enorme nei commerci mondiali, abbattendo i tempi del trasporto navale tra Atlantico e Pacifico. L'Esposizione Pan-americana propose San Francisco come vetrina d'invenzioni, prefigurando quel ruolo di tecnopoli, capitale della Silicon Valley, che era ancora di là da venire: ci sarebbe voluto l'attacco giapponese a Pearl Harbor, la necessità di spostare nel 1941 la ricerca militare verso la West Coast, gli investimenti del Pentagono nell'elettronica. Tant'è, l'Expo di San Francisco con la costruzione del Palace of Fine Arts (oggi sede dell'Exploratorium) fu una specie di faro acceso sul futuro, l'annuncio visionario di quel che sarebbe diventata la California.
Per rispondere alla domanda su "cosa resta" di un'Esposizione universale, bisogna tenere conto del contesto: le aspettative nate attorno all'evento, la missione che gli è stata assegnata. Almeno durante i primi cinquant'anni della loro storia, le Esposizioni universali furono perfettamente racchiuse nella definizione del filosofo tedesco Walter Benjamin: "Siti di pellegrinaggio per il feticismo della merce". La teoria del feticismo della merce l'aveva costruita Karl Marx nel suo Capitale . Per Benjamin nelle Esposizioni quell'idolatria della produzione materiale trovava il suo tempio e la sua apoteosi.
Cominciando dall'evento inaugurale di Londra, pensato dal modernista Principe Alberto, e fino alla Prima guerra mondiale, le Expo interpretano a perfezione un'èra di fiducia nel progresso, ottimismo sul futuro, adorazione della tecnica. Quei raduni internazionali per visitatori curiosi accompagnano processi ben più profondi e strutturali in molte nazioni avanzate: come le riforme scolastiche che introducono una formazione professionale adeguata ai nuovi mestieri industriali. È un'epoca che preannuncia e poi coincide con il Secolo Americano. Non a caso tante Expo si susseguono in tutte le metropoli manifatturiere degli Stati Uniti, comprese alcune città oggi "arrugginite" dal declino industriale: Philadelphia nel 1876, Chicago nel 1893, Buffalo nel 1901, Saint Louis nel 1904. New York ne ospiterà a ripetizione. L'Expo di quei tempi è un evento così importante che spesso diventa il palcoscenico per presentare al mondo una nuova invenzione rivoluzionaria, come il telefono di Alexander Graham Bell: collaudato in pubblico all'Expo di Philadelphia nel giugno 1876, ha tra i suoi primi testimoni affascinati l'imperatore del Brasile Pedro II. A San Francisco nel 1915 s'inaugura la prima linea telefonica con l'altra costa, che consente ai newyorchesi di ascoltare il rumore delle onde dall'Oceano Pacifico. Il Museo Leonardo da Vinci, a Milano, elenca altri esempi di invenzioni o nuovi prodotti "lanciati" in occasione delle Expo: il visore stereoscopico nel 1870, la macchina da scrivere Remington nel 1890, il fonografo, il cinematografo, il pallone aerostatico, la ferrovia sopraelevata. Le tragedie delle due guerre mondiali costringono l'Occidente a un traumatico riesame della sua idea di progresso. Già nel conflitto del 1914-18 è evidente quanto la tecnica possa mettersi al servizio della barbarie: la Germania sperimenta le prime armi di distruzioni di massa (gas) e i primi bombardamenti deliberati sulle popolazioni civili (Londra), attirandosi poi rappresaglie della stessa natura. Da quel periodo anche le Expo escono trasfigurate. Più che celebrare le vittorie della tecnica, si entra in una fase dove le Esposizioni sono esse stesse un terreno di battaglia dei nazionalismi. Il fascismo ci prova con Roma nel 1942, ma resta l'unica Expo cancellata per una guerra; caso raro di un intero quartiere (l'Eur) costruito per un evento che non si terrà. Dopo la Seconda guerra mondiale il filone prosegue ma deve correggere il tiro: l'Expo rimane una vetrina per promuovere il "marchio" di una nazione a condizione che il contesto sia improntato alla comprensione tra i popoli, alla cooperazione, alla pace. L'America post-kennedyana dà praticamente in appalto alla Walt Disney tutta l'Expo di New York del 1964, che adotta come slogan "It's a small world" (il mondo è piccolo), il tema musicale che tuttora si può ascoltare nel parco tecnologico di Epcot-Disneyworld a Orlando, in Florida. Di nuovo segno dei tempi, le Expo possono perfino favorire i primi passi del disgelo Est-Ovest (Montréal 1967, Osaka 1970). La Spagna nel 1992 a Siviglia celebra la sua appartenenza all'Unione europea, in tempi in cui questa destava un entusiasmo generale.
Un caso particolare — quasi un ritorno alle origini — è Shanghai 2010. Visitata da settantatrè milioni di persone, un record nella storia di questi eventi, Shanghai è stata a suo modo una riedizione del "feticismo" di cui parlava Benjamin: nel senso che è servita a presentare soprattutto a decine di milioni di cinesi delle province i fasti della globalizzazione e della modernità. Un altro aspetto di Shanghai che invece ci riporta a vicende più attuali: si tratta dell'ultimo grande evento globale organizzato dalla Cina sotto il potere di Hu Jintao, e quando era ancora forte il "clan shanghainese" del predecessore Jiang Zemin. Tutti e due investiti dall'offensiva del successore, l'attuale presidente Xi Jinping. Che s'installa al comando nel 2012, lancia una serie di inchieste sulla corruzione, e smantella pezzo dopo pezzo le correnti avversarie del Partito comunista.
Shanghai è rappresentativa anche per il vento del Terzo millennio che soffia su tutte le Expo, Milano inclusa. Da una parte c'è l'austerity: dal 2000 (Hannover) in poi molti governi cominciano a mostrare riluttanza verso i costi elevati. Gli Stati Uniti aprono la strada nel delegare a sponsor privati la loro rappresentanza: tant'è che sia a Shanghai sia a Milano la partecipazione Usa è stata in forse fino all'ultimo, perché il Dipartimento di Stato ormai si limita a fare da coordinatore dei finanziatori privati. Sul fronte delle idee in tutte le Expo del nuovo millennio, da Hannover ad Aichi (Giappone), da Shanghai a Milano, la sostenibilità diventa il tema dominante. La tecnologia di fronte alla sfida di salvare un pianeta in pericolo grave: un problema che i visitatori del Crystal Palace nel 1851 avrebbero faticato a immaginare.

Pubblicato da la Repubblica il 12 aprile 2015 




Le ragazze bulle



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Vedo che non leggete i post: come mai? E' inutile che stia qui a lavorare per niente! Ditemelo e faccio altre cose. Vediamo se un articolo sulle "ragazze cattive" può interessarvi!

Dal web alla scuola
la carica delle bulle
"Un violento su tre è una ragazza"
di Corrado Zunino


Non voleva andare più a scuola Marina, 14 anni neppure compiuti. La sua scuola è nel centro di Massa Carrara. Aveva preso botte, tanti schiaffi, da una ragazza di due anni più grande, due anni più alta e cattiva. Erano a un passo dall'istituto, quando è accaduto. «Sfigata, ti sei messa contro di me». Colpiva e riprendeva con lo smartphone. L'ha ridotta male e poi l'ha umiliata postando tutto su Facebook. I commenti delle compagne, anche quelle che erano in classe con Marina, sono stati cattivi, di una gratuità avvilente. Risolini iconizzati, «l'ha ridotta uno straccio, d'altronde quella si veste come uno straccio». E poi commenti personali come solo gli adolescenti riescono a fare: «La disgrazia si è abbattuta su una disgraziata». Lo scorso febbraio quel video di violenza l'ha visto la mamma di Marina, ed è andata dritta alla polizia postale.
Racconta la funzionaria della postale di Firenze che le adolescenti che non denunciano sono molte di più. Per vergogna e perché hanno paura di essere tagliate fuori. «Noi suggeriamo alle vittime di bullismo di cancellare l'account su WhatsApp, ma non vogliono: su quello smartphone corrono tutte le loro relazioni, c'è il loro mondo».
Il dossier della polizia sul cyberbullismo contemporaneo, costruito da Skuola.net, racconta che ormai le offese e le botte partono da bambine-ragazze una volta su tre. Le giovani donne sono sempre più violente. A Livorno, a cavallo tra il 2014 e l'anno che corre, la rivalità tra femmine — maschietti contesi — è arrivata sotto casa della vittima. Le nemiche di una quindicenne hanno scritto sotto la finestra, con nome e cognome cubitali: «... è una troia, offre prestazioni a tutti». E poi il solito Facebook utilizzato come un ariete che sfonda la privacy portando sugli schermi dei coetanei nuovi insulti e nuove bugie. Nella provincia di Siena hanno messo sui telefonini, ferocissime, le goffaggini di una ragazzina non vedente che faticava a mettersi lo zaino in spalla e quando si sedeva scopriva involontariamente le gambe. Risate, commenti gaglioffi. «Quasi mai insegnanti e presidi comprendono la rabbia dei genitori delle adolescenti maltrattate, la gravità della situazione», spiega chi investiga.
In provincia di Cagliari la bulla, 15 anni, con una falsa foto di un poliziotto sul profilo WhatsApp insolentiva l'amica passata di moda: «Sei brutta», e faceva girare il commento nella cerchia del gruppo classe. Il sexting (far girare foto compromettenti) è, per diffusione, il primo cyber problema di questa generazione. «I ragazzi vorrebbero parlare, ma spesso non con i genitori». Otto casi recenti si sono registrati a Catania, città complicata. Tre riguardano dodicenni, prima media. Sono dovuti intervenire papà e mamma a scuola per far sì che l'aggressione digitale non diventassero lividi. Dicevamo del dossier della polizia postale. Su 15.268 ragazzi intervistati dal portale Skuola.net, uno su tre si è dichiarato vittima di bullismo. La fascia d'età più esposta è tra i 14 e i 17 anni. L'87 per cento delle vittime è stato preso di mira nella vita reale, ma lo stalking online cresce tra le adolescenti. Quasi l'85 per cento degli studenti appartiene a un gruppo classe su WhatsApp, il 97 ha uno smartphone. Contro un fenomeno che cresce e offende si è sviluppato il progetto "Una vita da social", incontri degli esperti della postale nelle scuole: mezzo milione gli studenti raggiunti. E domani il ministro Stefania Giannini annuncia le linee guida di una legge sul cyberbullismo otto anni dopo quella del ministro Fioroni. Formazione del personale, scuole scelte sul territorio dove poter denunciare, numero verde collegato a Telefono azzurro, due hot line di Save the Children per segnalare materiale pedopornografico. "Utilizzo critico e consapevole dei social network e dei media", dice, d'altronde, il disegno di legge "La buona scuola".

Pubblicato da la Repubblica il 12 aprile 2015

venerdì 10 aprile 2015

Ancora sui rom: 2 interviste e 1 commento



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Mercoledì 8 aprile 2015 il leader della Lega Nord ha detto durante una trasmissione televisiva che “i campi rom andrebbero rasi al suolo”; naturalmente quando i politici dicono delle stupidaggini (magari per sperare di avere il voto dei cittadini) c’è sempre qualcuno che protesta e ne parla sui giornali, pur sapendo che è tutta pubblicità gratuita. Io da adulto non ne posso più, né dei politici scemi, né dei giornalisti che li seguono; i miei alunni, che sono ancora giovani, avranno di sicuro meno pregiudizi di me, perciò li invito a leggere queste 2 interviste e il commento di Michele Serra, apparse ieri (9 aprile 2015) su la Repubblica.

INTERVISTA 1 a Don Paolo Cristiano, sacerdote della Comunità di Sant’Egidio:
"Contro di loro solo pregiudizi,
la nostra società si spaventa
davanti a povertà e diversità"

"I ROM? Spesso non sono accettati perché vittime di pregiudizi. La nostra società fatica ad accettare la diversità ed è spaventata dalla povertà. Ma il pregiudizio è sempre menzognero: non permette di vedere davvero chi si ha di fronte".
Don Paolo Cristiano, sacerdote della Comunità di Sant'Egidio, vive a Ferentino, in Ciociaria. Per quasi venti anni ha guidato un dopo scuola per i bambini che vivono nei campi rom. Al di là dei pregiudizi, chi sono i rom?
"Un popolo di bambini che necessitano di aiuto e affetto. Per la maggior parte sono stanziali, abitano in Italia da anni, qui da noi ce ne sono molti abruzzesi e molisani. Un popolo mite, che non ha mai rivendicato terre con guerre e conflitti. Che non si è mai imposto. Eppure è un popolo che soffre il disprezzo e la discriminazione. Rappresentano la più grande minoranza europea. Qui da noi vivono quasi tutti in appartamenti, in case come quelle di tutti gli altri. E molti hanno anche un lavoro. Conosco rom pizzaioli, altri che guidano gli autobus a Roma, molti hanno piccoli negozi o attività proprie. Una ragazza rom di qui sta attualmente frequentando la facoltà di giurisprudenza".
Alcuni però vivono ancora nei campi. Cosa pensa di quelle situazioni?
"Sono purtroppo sono costretti a farlo. Quelle situazioni riguardano soprattutto i rom arrivati dall'est Europa, rinchiusi in questi campi che altro non sono che ghetti. Penso che questa è una logica che andrebbe superata. Perché i rom sono persone come noi: con le stesse domande, con la stessa esigenza di significato, con lo stesso desiderio di Dio. Al doposcuola i bambini chiedono il perché delle loro sofferenze, di quelle dei loro genitori e dei loro amici rom che spesso muoiono in tenera età. E hanno importanti tradizione religiose: ci sono infatti rom di tradizione ortodossa, musulmana, sono tutte persone con vivono un grande senso religioso. Spesso però finiscono per sentirsi disorientati. Perché desidererebbero affidarsi a qualcuno ma non trovano aiuto. Vorrebbero riuscire a superare le piccole e grandi barriere con le quali sono costretti a vivere ma spesso la nostra società non lo permette".

INTERVISTA 2 a Moni Ovadia, scrittore e attore ebreo:
"Non hanno Stato né governo
mai avuto eserciti o fatto guerre
e da secoli vengono perseguitati"

«LE RADICI dell'odio nei loro confronti sono dentro di noi: nutrite dalla paura dell'altro, per storia e tradizioni. È una realtà che attraversa i secoli». Moni Ovadia, scrittore, attore, regista, ebreo nato in Bulgaria e milanese di adozione non ha dubbi.
Un odio lungo secoli?
«É la storia dell'umanità, la cultura maschile ha odiato temuto e tenuto in soggezione la donna perché portatrice di diversità, poi è toccato agli ebrei, in fuga e nei ghetti per secoli, vittime di maldicenze e persecuzioni perché sentiti estranei e quindi pericolosi. Ora gli ebrei sono diventati più uguali, sono inseriti, non sono più quelli della diaspora. Hanno uno Stato, un governo, un esercito che li difende. I nomadi no».
Rom odiati perché senza storia e difese?
«Non hanno uno Stato, un governo, mai avuto un esercito, né chi racconti all'esterno delle comunità la loro storia. Tranne un bellissimo libro di un rom abruzzese, Spinelli, che narra il loro calvario, dal Medioevo a oggi, con milioni di vittime anche nei campi di concentramento. Dimenticate da tutti».
Ma alcuni rubano, scippano...
«E perché a Napoli o Milano i ragazzini italiani non rubano? Eppure nessuno pensa di incendiare Portici o di mettere il filo spinato. Noi italiani che abbiamo quattro mafie e bruciamo ogni anno miliardi di euro tra criminalità e corruzione puntiamo il dito contro di loro? Ridicolo. Come in ogni popolo c'è l'onesto e l'imbroglione. Eppure, è contro rom e sinti che si scatena il livore, perché diversi, vissuti come nemici, estranei, sconosciuti. Capaci di metterci in discussione».
Vittime dei luoghi comuni?
«Ci sono luoghi comuni sui sinti e rom nomadi e ladri, quando invece la maggior parte è stanziale, ha case e lavora. E luoghi comuni su gli italiani brava gente quando, invece, ormai è provato: hanno fatto massacri in Africa peggio dei nazisti».
Che fare?
«Invece di seguire Salvini che minaccia di radere al suolo i campi solo perché va a caccia di voti, solleticando la parte più povera e meno colta della popolazione, dovremmo investire soldi, creare incontri, comunicazione, mediazione. Spendere per i poveri, i pensionati italiani ma anche per i rom e sinti».


LA POLITICA DELLA FEROCIA
di Michele Serra

È SPERABILE e forse probabile che Matteo Salvini, quando dice che bisognerebbe "radere al suolo i campi Rom", abbia in mente qualcosa di meno insolente e meno violento. Per esempio che, con congruo preavviso, quei campi andrebbero sgomberati.
Perché, allora, Salvini dice proprio "raderli al suolo"? Lo dice perché è al tempo stesso artefice e vittima di uno dei più funesti equivoci della scena politica italiana degli ultimi anni. L'idea che il "parlare come si mangia" sia un decisivo passo avanti; mentre è un penoso, umiliante passo indietro.
La politica è — da sempre — il tentativo di dare una forma, anche verbale, alle pulsioni di massa. Di renderle, diciamo così, presentabili in pubblico, e non per il piacere privato di quattro intellettuali, ma per dare una voce più intellegibile e dunque più autorevole soprattutto a chi voce non ha. Che quella dei campi rom sia una questione sociale rilevante, e lo sia tanto per i rom quanto per chi con quei campi convive, è perfettamente vero. Ma nemmeno il più ottuso e infelice dei politici, a meno che sia un nazista (e Salvini non lo è) può dire pubblicamente che quei campi vanno "rasi al suolo" senza attirarsi la dura critica e lo spregio di chi (per esempio la Caritas) la politica la fa sul campo. La fa nelle strade e nelle case, nelle periferie e nei campi nomadi, non nei "salotti del centro" tanto invisi a Salvini: e proprio per questo conosce le difficoltà, la fatica, la povertà, il degrado, le paure, il dolore umano, insomma la maledetta complicazione del problema. E detesta le semplificazioni becere, quelle scodellate in tivù per cercare l'applauso facile.
L'urlaccio, il grido minaccioso, il borborigmo che non trova sbocchi non sono politica. Sono, della politica, un ingrediente bruto che chi fa politica ha il dovere di elaborare. Ignorare quegli ingredienti per non sporcarsi le mani è un vizio grave. Ma ficcarcele dentro, le mani, estraendone i peggiori effluvi e le più dolenti frattaglie come trofei, è il vizio opposto. In questo vizio sguazza, fino dalle sue origini, la Lega, che della sua matrice "popolana" si fa un vanto. Non rendendosi conto che il politicamente scorretto, per quanto lucroso (a tratti) e per quanto di facilissimo conio, ha il difetto strutturale di non riuscire a risolvere neanche mezzo problema.
Se il politicamente corretto è spesso ipocrita, il politicamente scorretto è sempre impotente, rabbia da parata, smargiassata mediatica, niente che odori di soluzione anche parziale, anche imperfetta dei problemi. Niente che possa diventare governo, egemonia culturale, nuova identità condivisa e operativa. Se non si è Hitler o Tamerlano il politicamente scorretto, la minaccia feroce, le soluzioni finali sono solamente il segno della più fragorosa inettitudine.
A questo danno interno, il politicamente scorretto aggiunge i danni inflitti, suo malgrado, alla comunità intera. Come un contagio. La dequalificazione del linguaggio politico, la sua capillare corrosione fa male a tutti indistintamente. Contamina, indebolisce, danneggia, peggiora, incanaglisce: diventa parte integrante del discredito della politica e della classe dirigente. Un personaggio come Razzi, oggi considerato una amabile macchietta, fino a non troppi anni fa sarebbe stato visto come una figura scandalosa o un caso umano da soccorrere.
Quando ci si abitua a sdoganare l'insolenza, l'aggressività e l'ignoranza come ragioni identitarie, niente può più sbalordire e niente può più indignare. Fino a vent'anni fa a dire che bisogna "radere al suolo" i campi rom era qualche personaggio da bar. Nei bar si diceva (e si dice) anche molto peggio. Ma trasformare la polis in un bar vuol dire non avere alcun rispetto né della polis, né del bar.


giovedì 9 aprile 2015

I rom e noi



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Leggete questo articolo, pubblicato ieri, 8 aprile 2015, giornata internazionale dei rom e dei sinti, su la Repubblica. L’argomento è molto delicato, ma non per questo si può fare finta di niente. Così come, però, non si può far finta di risolvere il problema, adottando soluzioni che io definisco DISUMANE. Ne riparliamo domani, quando posterò altri articoli apparsi sul giornale oggi. Intanto buona lettura di questo articolo.

COSA SERVE DAVVERO PER INTEGRARE I ROM

Di Nils Muiznieks *
POCHI argomenti scatenano reazioni più viscerali delle discussioni sui rom, di cui oggi ricorre la giornata internazionale. Stereotipi, sensazionalismo e luoghi comuni spesso hanno la meglio sui fatti. Molte persone sembrano credere che i rom scelgano di vivere ai margini della società in accampamenti di baracche in condizioni abominevoli, e che rientri nella loro cultura far crescere i bambini nella melma, togliendoli dalla scuola per mandarli a chiedere l'elemosina. Eppure, nella maggior parte dei casi, coloro che nutrono questi pregiudizi nei confronti dei rom e alimentano queste voci non hanno mai rivolto loro la parola.
Ho fatto visita ad alcuni campi rom in Italia e in molti altri paesi europei, e le persone con le quali ho parlato non volevano vivere lì. Non vogliono vivere in luoghi demoralizzanti nei quali sono segregati contro la loro stessa volontà. Non ci si dovrebbe dimenticare che molti rom che vivono in accampamenti ghetto sono stati scacciati a forza dai loro alloggi precedenti, e nessuno degli abitanti di quei campi che ho conosciuto durante il mio sopralluogo del 2012 ha dichiarato di essersi trasferito lì di sua volontà. Anzi: mi sono stati riferiti molti esempi che spiegano in che modo — rispetto alla loro situazione abitativa precedente — vivere in quei campi limita il contatto, e quello dei loro figli, con la popolazione in generale, e in che modo vivere lì contribuisce quindi alla loro emarginazione.
Già nel mio rapporto del 2012 sull'Italia e in una lettera spedita al sindaco di Roma nel 2013 raccomandavo alcune misure atte a facilitare l'integrazione dei rom nella società tradizionale e facevo presente la necessità di porre fine alle politiche che portano alla creazione di campi isolati ed emarginati e agli sfratti coatti. Malgrado ciò, sono stati fatti pochi passi avanti: queste pratiche proseguono e così pure continuano a esserci ostacoli che precludono ai rom che vivono in accampamenti fatiscenti di accedere all'edilizia popolare. In alcuni comuni, tra i quali Roma, Torino e Milano, sono stati costruiti o ristrutturati campi ghetto.
Questa strada è chiaramente sbagliata. I campi ghetto portano a gravi violazioni dei diritti umani. Violano sia i parametri internazionali e nazionali sia la politica delle stesse autorità italiane in materia: la Strategia nazionale per l'inclusione dei rom del 2012 non lascia spazio alcuno agli accampamenti che emarginano. Si devono dunque trovare valide alternative abitative.
Per agevolare l'inclusione dei rom nella società, si rende necessario un cambiamento di politica. Gli sfratti coatti e i campi ghetto devono finire nel dimenticatoio. Nuovi sforzi devono essere fatti per andare incontro alle necessità abitative dei rom. Tutto ciò è importante perché l'accesso a un'abitazione decorosa è un requisito fondamentale per usufruire di molti altri diritti umani, in particolare l'istruzione. Come possono i bambini che vivono in baraccopoli di località remote, circondate da fango e prive di accesso all'acqua potabile, a sistemi fognari, alla rete elettrica e ai trasporti pubblici, frequentare la scuola con regolarità e apprendere, restando alla pari con gli altri bambini?
Per cercare alternative migliori, l'Italia non ha bisogno di guardare tanto lontano. Alcune esperienze incoraggianti portate avanti a livello locale potrebbero essere prese a esempio. A Messina alcuni edifici comunali abbandonati sono stati ristrutturati direttamente dai rom del campo di San Ranieri che in seguito vi si sono trasferiti. Ad Alghero il 15 gennaio è stato chiuso il campo di Arenosu e 51 rom hanno ricevuto un aiuto quadriennale dalla Regione, dal Comune e dalle associazioni per pagare l'affitto di normali appartamenti.
Queste iniziative dimostrano che, con un adeguato impegno politico, alcuni progetti ben strutturati possono effettivamente migliorare l'integrazione dei rom e una reciproca comprensione con la popolazione maggioritaria. È di fondamentale importanza finanziare e attuare la strategia nazionale di inclusione di rom e sinti. Alcune risorse, comprese quelle provenienti da finanziamenti Ue, potrebbero essere convenientemente mobilitate per promuovere iniziative adeguate di edilizia e integrazione.
È giunto il momento di smettere di trattare i rom come cittadini di serie B. Emarginarli non può che portare a maggiore alienazione, emarginazione, pregiudizi. L'Italia deve mostrare molta più determinazione nel risolvere i problemi di abitazione che i rom si trovano ad affrontare, anche facilitando il loro accesso all'edilizia popolare. Le vigenti leggi anti-discriminatorie dovrebbero renderlo possibile: le si deve quindi applicare. Questo è il prerequisito di base per garantire che i diritti umani dei rom, siano essi italiani o originari di altri paesi europei, siano interamente rispettati.

* L'autore è il Commissario ai Diritti Umani del Consiglio d'Europa ( Traduzione di Anna Bissanti)


venerdì 3 aprile 2015

Insetti killer!



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Dedicato ai nonni di Sara, che so che coltivano pomodori, e a tutti gli altri nonni dei miei alunni, che coltivano pomodori ma non lo so!

L'ultimo insetto killer arriva dal Giappone
Sotto attacco i nostri pomodori
di Jenner Meletti


MEGLIO stare attenti: l'attacco può arrivare dal mare e dal cielo. Gli alieni viaggiano in nave e in aereo ma non disdegnano camion e automobili. «In questi primi giorni di primavera — dice Mario Colombo, entomologo dell'università statale di Milano — l'ultimo alieno che abbiamo trovato, la Popillia japonica — sta lavorando sotto terra. Le sue larve bianche, dal mese di settembre, stanno mangiando le radici delle piante. Quando sono numerose, possono fare sparire un intero prato. A fine maggio le larve si trasformeranno in scarabeidi, lunghi circa 12 millimetri, con torace verde — dorato brillante. Potranno attaccare 295 specie vegetali, di cui almeno cento di forte interesse economico, come il mais, la vite, il pomodoro, i meli, i fiori… E con l'inverno mite che c'è stato, non possiamo aspettarci nulla di buono».
L'allarme è stato lanciato dalla Coldiretti della Lombardia. «Dal Giappone il nuovo Attila di piante e fiori. Arriva l'Alien dagli occhi a mandorla». Dai testi di entomologia non è dato sapere se la Popillia abbia davvero occhi a mandorla, ma il nuovo arrivato fa paura. «Negli Stati Uniti — dice Ettore Prandini, presidente della Coldiretti lombarda — dove è presente dal 1916, il coleottero giapponese rappresenta la specie di insetto infestante più diffusa. Secondo il dipartimento di Agricoltura degli Usa gli interventi di controllo costano più di 460 milioni di dollari all'anno».
La Popillia japonica è stata scoperta a Turbigo, nel parco del Ticino — non lontano da Malpensa — nel luglio scorso. «Era già presente in Europa — racconta il professor Mario Colombo — ma solo nelle isole Azzorre. Secondo la Banca dati mondiale delle specie invasive sono oltre 200 quelle presenti nel nostro Paese. I commerci spregiudicati o incoscienti, il turismo o più semplicemente incauti spostamenti di persone e materiali possono essere causa di perenne calamità ».
Correva l'anno 1980 quando il professor Colombo scoprì, in provincia di Como, un pidocchio delle piante che infestava i noci. «Era stato trovato solo nel 1929 a Darjeeling, 12.000 chilometri di distanza da Como, fra la Cina e l'India. Il British Museum, per la sua collezione mondiale di insetti, mi chiese qualche esemplare perché di quell'afide avevano solo due zampette e due antenne. Quella fu solo la prima scoperta. Ogni anno ci sono tre o quattro specie arrivate da altre parti del mondo. Una graduatoria fra le più nocive? Al primo posto il tarlo asiatico, Anoploplora chinensis, che mangia l'interno dei tronchi e fa cadere gli alberi. Al secondo la zanzara tigre. Aedes albopictus, che punge non solo all'alba e al tramonto ma tutto il giorno e tutto l'anno. Sul terzo gradino del podio metto la Popillia japonica. È stata localizzata nel parco del Ticino, ma quando trovi un insediamento, sai che questo insetto molto facilmente è già presente in un territorio più vasto. Non sarà un'annata facile, dicevo. In questo inverno non c'è stato un vero gelo e così gli insetti che dovevano morire — come i pidocchi delle piante, le farfalle dei gerani, le zanzare… — non sono morti e quelli che dovevano subire una forte riduzione non sono affatto indeboliti».
Che fare? «Per la Popillia si metteranno trappole attrattive, per catturare migliaia di esemplari e distruggerli. Ma non basterà. Si useranno anche insetticidi ma il trattamento chimico deve essere limitato. L'importante è trovare un antagonista naturale — come si è fatto ad esempio con l'insetto parassitoide Torymus contro la Vespetta galligena del castagno — per ricostruire un equilibrio ecologico. Ma ci vorranno tre, cinque o dieci anni». I coltivatori sono i più preoccupati. «Sono ormai globalizzati — dice Ettore Prandini — anche i parassiti. Ci troviamo a fare i conti con specie originarie dell'Asia o delle Americhe per le quali il nostro ambiente non è preparato e non ha predatori naturali. Dopo la Diabrotica del mais e il tarlo asiatico, dobbiamo affrontare questa Popillia». E non è finita: nei giorni scorsi in Brianza forse è arrivata anche la Xylella, il batterio che sta uccidendo olivi ed agrumi nel Sud. Sembra che abbia infestato piante di Coffea arabica, usate come ornamentali, arrivate dal Costa Rica.
In qualche caso, contro gli alieni, ci sarà una vera e propria guerra. «Sto studiando in particolare — racconta il professor Colombo — l'azione di contrasto alla vespa velutina, che afferra in volo le api e le uccide. È aggressiva più del calabrone, anche verso l'uomo. Seri problemi anche per l'Aethina tumida, un piccolo coleottero che distrugge i favi». Contro la vespa velutina, chiamata anche vespa killer, si userà anche il radar. Il professor Marco Porporato, del dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari dell'università di Torino sta sperimentando un sistema radar capace, tramite una minuscola antennina installata su un esemplare, di seguire il volo della vespa fino al suo nido, che così viene individuato e distrutto. Forse questa battaglia sarà vinta. Ma altri Alien sono pronti. E potranno scegliere vie di mare, di cielo e di terra.




pubblicato da la Repubblica il 1 aprile 2015

I bambini hanno diritto di giocare (ma non alla play station)



POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Il tempo (libero) perduto dei bambini
"Ecco come liberarli dallo smartphone"
di Vera Schiavazzi


ARRAMPICARSI su un albero, giocare alla caccia al tesoro con gli amici, fare una gara di corsa e gettarsi nel fango. Il tutto prima dei dodici anni, e non solo perché lo consiglia il National Trust inglese né perché può sembrare romantico, ma per diventare più creativi e imparare a affrontare la vita con più coraggio e autonomia di chi ha passato un'infanzia tra videogiochi e playstation, senza mai incontrare bambini sconosciuti o sfuggire alla sorveglianza dei genitori. Peter Gray, psicologo e biologo al Boston College, studia da anni gli indici di creatività dei ragazzini americani, constatandone il progressivo precipitare nella banalità. Tra il 1985 e il 2008, le risposte date al Test di Torrance, applicato nelle scuole americane, hanno fatto scendere l'85 per cento dei ragazzi intervistati sotto la media dei loro predecessori: non sono più capaci di fornire tante risposte (Fluency), né di darne di non scontate (Originality), né di trarre spunto da elementi diversi (Flexibility). In altre parole, non sono più in grado di avere un'elaborazione creativa. E, di conseguenza, diventeranno più difficilmente imprenditori, inventori, presidi di college, scrittori, dottori, diplomatici o sviluppatori di software. Ora Gray, nel suo saggio ("Lasciateli giocare", per Einaudi, in libreria da domani) che è già un bestseller in Usa, suggerisce a genitori e insegnanti di rivoluzionare i propri pensieri educativi. In casa, in giardino, in vacanza, i bambini non dovrebbero essere vigilati da vicino né indotti a partecipare (sempre) a sport rigidamente organizzati. Meglio spogliarsi, dipingersi, giocare con un giornale o perfino fare a gara a chi si rinchiude meglio nell'armadio, sfidando la paura. Anche la disciplina scolastica rigida non è necessaria, come dimostrano i casi delle scuole più liberal (la Sydbury valley school del Massachussets, per esempio, dove sono gli allievi a decidere liberamente come e quando imparare a scrivere, fare di conto e adoperare un computer). Una denuncia dura, quella di Gray: «Privare i bambini del diritto al gioco è sbagliato, ed è ora di smetterla».
Ma anche in Italia mamma, papà, scuola e amministrazioni civiche non sembrano essere sulla strada giusta. Solo il 6 per cento dei bambini, come spiega l'ultimo rapporto di Save the Children, ha diritto a scendere in strada da solo e solo il 25 per cento può giocare in cortile. Il 37 per cento dei piccoli, 3 milioni e 700 mila, cresce in città. Il 51,6 vive in famiglie che non possono prevedere neppure una settimana di vacanza, il 47 per cento non legge un libro all'anno. Perfino giocare a calcio è difficile per i piccoli italiani, e per chi arriva da una famiglia straniera ancora di più: proibito negli spazi condominiali e in molti giardini urbani, si può fare nelle società sportive, ma con costi e orari che rendono lo sport nazionale accessibile solo a due bambini su 10.
In questo modo però, cancellando dalla pratica infantile ogni abilità ereditata dai cacciatori-raccoglitori, cioè dai nostri antenati, non li si rende solo più tristi, ma anche più depressi, aggressivi e convinti di non riuscire neppure a superare l'ora di educazione fisica a scuola. Sicilia, Calabria e Campania solo in fanalino di coda per gli spazi di gioco collettivi, mentre solo a Bolzano, in Valle d'Aosta e in Toscana è possibile correre liberi nel verde, almeno durante il weekend.
Alle difficoltà logistiche va aggiunta la paura dei genitori, che temono sopra ogni altra cosa un ginocchio sbucciato da una caduta, la tendenza a spogliarsi e rivestirsi incuranti della temperatura e i pericoli che potrebbero arrivare ai fratelli più piccoli giocando con i maggiori, «Ma — avvisa Gray — così facendo si impedisce loro di imitare gli adulti, di cantare una canzone e di inventarne una nuova, di gestire la dose di paura che possono sopportare e di essere quindi incapaci di accogliere quelle che arriveranno dopo, a scuola o nello sport».
Proteggerli, privarli dell'altalena o del pallone, difenderli furiosamente da qualunque sostanza possa sporcarli o contaminarli (dai piccioni alle cartacce agli animali domestici, fino ai giornali e al gelato, senza dimenticare il terrore degli insetti) e consegnare loro una tastiera di qualsiasi genere non vuole dire amarli, ma farli diventare ansiosi e disinteressati. Con la vita, e la scuola, percepire come una lunga serie di ostacoli.

(pubblicato su la Repubblica il 30 marzo 2015)

COMMENTO DEL PROF:
Ma ci voleva lo psicologo americano per capire una cosa così semplice? Ma andate a quel paese!

Intelligenza artificiale



 POSTATO DAL PROF DI ITALIANO:

Autostrade senza incidenti, aerei ben pilotati dal decollo all’atterraggio, applicazioni che rilevano costantemente il nostro stato di salute o gestiscono il conto in banca. L’intelligenza artificiale sta cambiando velocemente le nostre abitudini. Il mondo non guidato da noi sarà davvero più sicuro?
La macchina perfetta
di Federico Rampini

UN MONDO perfetto. Un mondo sicuro. Un mondo senza di noi. È il paradosso dell'Intelligenza Artificiale, A. I. nell'abbreviazione inglese. La nuova frontiera del progresso tecnologico è già realtà. Eliminare gli incidenti aerei, o le ecatombi del weekend sulle autostrade, è ormai possibile. Cancellando ogni interferenza umana, i pericoli si riducono quasi a zero. Resta da decidere cosa fare di noi (dopo averci salvati). Molto prima della strage del volo Germanwings, le compagnie aeree avevano imboccato la strada che porta verso l'automazione. Gli ultimi dati dimostrano che la mortalità da incidenti aerei è in costante declino: solo un volo ogni 1,2 milioni fa un incidente. La probabilità di morire è pari a una ogni 11 milioni. Questo grazie al poderoso flusso d'innovazioni che hanno trasformato i jet in macchine semi-automatiche, governate dall'informatica. Google, Apple, Tesla, sono in gara tra loro per applicare la stessa ricetta alle automobili. Un mese fa raccontavo su queste pagine il test-drive che un ingegnere di Apple mi ha fatto fare sull'autostrada 101 che attraversa la Silicon Valley. Al volante di una Tesla elettrica dell'ultima generazione (prodotta dall'azienda di Elon Musk che forse Apple sta per acquisire), il giovane guru dell'informatica mi ha dato una dimostrazione di quel che saranno le auto del futuro. Governate da A. I., l'intelligenza artificiale molto più affidabile della nostra, renderanno finalmente innocue tutte le distrazioni. Saremo liberi di telefonare, leggere le email, navigare su Internet, scaricare video, lavorare e divertirci. Al pilotaggio ci penseranno loro, mantenendo sempre la distanza di sicurezza da tutte le altre vetture, con cui dialogheranno in tempo reale grazie al flusso istantaneo di Big Data e all'armoniosa sintonia tra i loro sensori elettronici. Avvisteranno rallentamenti e ingorghi con decine di chilometri di anticipo. Ci culleranno dolcemente fino alla destinazione finale e salvando migliaia di vite che oggi sono il bilancio dei nostri errori. Altro che effetto-Uber sul mercato del lavoro, però: intere categorie e mestieri, dai tassisti ai camionisti, saranno minacciate di estinzione?
La sfida dell'intelligenza artificiale è proprio questa. A un certo punto il dilemma finale sarà stringente: salvare vite umane, o salvare posti di lavoro? Difenderci come i luddisti della rivoluzione industriale inglese — che davano l'assalto ai telai meccanici — o arrenderci alla disoccupazione di massa, come prezzo per un mondo migliore? L'elenco delle professioni minacciate è molto più lungo di quanto si pensi. L'automazione nelle fabbriche avanza perfino in Cina: la Repubblica Popolare rivaleggia con Stati Uniti e Giappone per gli investimenti nella robotica, pur avendo ancora tanta manodopera a buon mercato. E intanto si moltiplicano le categorie dei colletti bianchi assediate. In America, se i bancari allo sportello sono pagati al salario minimo come i dipendenti dei fast food — circa 9,5 dollari all'ora — la colpa è dei robot: quasi ogni operazione bancaria può essere fatta all'Atm (Bancomat), o meglio con le app sul proprio smartphone. Ma c'è anche l'altro lato della medaglia: la rivoluzione tecnologica è la stessa destinata a creare più posti di lavoro. Già oggi negli Usa l'aumento del tasso di occupazione nelle "professioni Stem" (science, technology, engineering e math) segna un + 17%.
Google è ormai il vero medico di famiglia degli americani: appena hanno qualche sintomo di malattia vanno a farsi l'autodiagnosi online, attraverso il motore di ricerca scorrono le enciclopedie mediche in Rete. Dal canto suo, Apple ha appena lanciato l'iWatch: tra le altre funzioni, l'orologio da polso è il nuovo medico incollato al nostro corpo. Oggi sono più di 100 mila le app dedicate alla salute: tra le ultime presentate Hearth Health Meter, per prevenire i problemi cardiaci. Chiunque creda di appartenere a una professione protetta dalla concorrenza di A. I., ha un eccesso di presunzione o un deficit di fantasia.
"Rise of the machines", l'ascesa delle macchine, è il titolo con cui il Financial Times ha passato in rassegna tutti gli ultimi saggi usciti in America che trattano di questo. Sono tanti. Gli autori scoprono le carte fin dagli slogan di copertina. C'è chi scrive su "L'invenzione che sarà l'ultima, e segnerà la fine dell'era umana" (James Barrat). C'è chi evoca "L'eclisse dell'Uomo" (Charles Rubin). Chi descrive l'arrivo di macchine "Smarter Than Us", più intelligenti di noi (Stuart Armstrong). E affidabili. Non soggette a crisi depressive, gelosie tra colleghi, rancori, vendette, sabotaggi.
Già da molto tempo, non siamo più noi a decidere fin dove deve spingersi l'automazione: è la logica del profitto che sposta la frontiera sempre più avanti. La vera questione ormai è un'altra. Fino a quando saremo noi a controllare le macchine, e quando cominceranno a riprodursi da sole, mettendoci in un angolo, per diminuire la nostra nocività? Il vero dibattito tra gli scienziati è ormai su questo secondo tema. In California ne è nata un'università e una corrente di pensiero (alcuni la definirebbero una religione), quella della Singularity. Il precursore storico fu John von Neumann nel 1958, il suo teorico più autorevole oggi è Ray Kurzweil, non a caso un super-consulente di Google. Nella definizione di Wikipedia, la Singularity è l'ipotesi secondo cui l'accelerazione del progresso tecnologico diventa esponenziale, irrefrenabile e incontrollabile, fino al momento in cui «l'intelligenza artificiale supera la capacità umana di comprenderla e controllarla, operando così un radicale mutamento di civiltà».
Come sempre, la grande letteratura ha immaginato questi problemi molto prima che diventassero attuali. Il computer Hal di 2001 Odissea nello Spazio vuole uccidere gli astronauti perché sa che solo lui può portare a termine compiutamente la missione. Isaac Asimov fu il primo nel 1950 a concepire la necessità di un codice etico dei robot. Oggi è inquietante scorrere l'elenco di luminari della scienza e di grandi imprenditori che concordano nel denunciare A. I. come un pericolo per il genere umano: si va da Stephen Hawking a Bill Gates, dal fondatore di Skype a quello di Tesla. Il punto di non-ritorno, sarà quando i super-computer cominceranno a progettare altri super-computer, inaugurando l'era della loro riproduzione autonoma? Quand'anche volessero rimanere al nostro servizio, è possibile che "interpretino" la missione da noi affidatagli arrivando a conseguenze indesiderate? Stuart Armstrong del Future of Humanity Institute immagina i possibili malintesi tra "noi" e "loro". Dite all'intelligenza artificiale di debellare ogni malattia contagiosa, e potrebbe eliminare il genere umano: missione compiuta. Chiedetele di aumentare subito il Pil degli Stati Uniti, e potrebbe radere al suolo Los Angeles provocando un boom d'investimenti per la ricostruzione. Il pericolo maggiore, ci avverte il filosofo Stephen Cave (autore di Immortality) sul Financial Times, è che tutte le ricerche su A. I. sono "spinte o da interessi finanziari, oppure da progetti militari". In altri termini, le risorse a disposizione sono immense. E il bene dell'umanità non figura in cima agli obiettivi perseguiti.

(pubblicato da la Repubblica il 30 marzo 2015)